Il Vescovo intervistato su Il Biellese: "guardare il mondo con occhi accoglienti!
In occasione dell’imminente pubblicazione della nuova Lettera Pastorale dal titolo “La nostalgia di Dio”, mons. Roberto Farinella ha concesso un’ampia intervista al giornalista Andrea Formagnana, pubblicata venerdì 18 settembre su Il Biellese, dal titolo “C’è qualcuno ad aspettarti, così come sei!”. Si riporta di seguito l’intervista integrale.
“C’è qualcuno ad aspettarti, così come sei”
L’INTERVISTA. Il Vescovo entra nei temi della nuova lettera pastorale con cui vuole parlare a tutti e dicendo a chi si è allontanto “mi manchi”.
Di Andrea Formagnana
Eccellenza, perché questa lettera proprio adesso? Perché, tra i molti temi che attraversano la vita della Diocesi, ha sentito l’urgenza di rivolgersi anzitutto a chi si è allontanato dalla Chiesa, a chi non si fida più o addirittura non vi ha mai messo piede?
È un compito che dovrebbe essere alla base della nostra missione di Chiesa in un territorio: un Pastore deve avere l’oggettività di guardare alla Diocesi che è chiamato a pascere e di comprenderne il tessuto sociale. Vedere questo tessuto e chiudere gli occhi di fronte a chi si è allontanato significa guardare il mondo con un filtro che oggi non ha più alcun senso mantenere, ecco perché l’urgenza del tema. È un’eredità che, se posso dire, ho appreso anche dal nostro clero diocesano: da quando sono arrivato, testimonia ogni giorno la difficile sfida di vivere nell’oggi il ministero, parlando anche a chi ha perso la fiducia.
Lei scrive che questa lettera non vuole essere «un documento» in più e usa un tono fortemente personale, fino a dire a chi si è allontanato: «Mi manchi». Perché ha scelto il linguaggio di un padre che scrive a un figlio lontano? E quanto c’è, in queste pagine, della sua esperienza personale di uomo e di Vescovo?
Questo sono chiamato a essere: un padre. È il compito del Vescovo, quindi mi è venuto spontaneo scegliere questo registro, anche perché è il più diretto ed efficace: abbatte la barriera relazionale. Naturalmente nasce dalla mia esperienza personale, dalle persone che incontro, dalle vicende che mi vengono raccontate — banalmente, anche dalle cene con la famiglia di mio fratello, quel momento in cui torno un po’ a essere solo don Roberto. Ed è proprio lì, a tavola, che le persone – in positivo – mi rivolgono ancora domande esistenziali, o – in negativo – cambiano atteggiamento sapendo che c’è un prete.
Arriviamo da anni segnati dal cammino sinodale, che ha posto al centro parole come ascolto, partecipazione, corresponsabilità. Ma il Sinodo è riuscito davvero ad ascoltare chi non frequenta più la Chiesa? Oppure c’è il rischio che, nonostante gli sforzi, abbiamo continuato soprattutto a parlare tra persone che erano già dentro?
Il cammino sinodale è un percorso che ho vissuto in prima persona, insieme anche ai delegati della nostra Chiesa locale: lo abbiamo vissuto sia in Diocesi sia nelle altre fasi, a Roma, ed è stata sicuramente un’occasione di monito per tutti noi sulle priorità che la Chiesa deve mantenere. Parafrasando le parole, un po’ estreme, di un Vescovo olandese che ho letto qualche giorno fa: più che di sinodi, forse la Chiesa oggi ha bisogno di santi. E sono proprio i santi — e i santi testimoni che vivono al nostro fianco — a parlare a chi non vive le dinamiche ecclesiali, a raggiungere i cuori con la forza della testimonianza gratuita.
L’allontanamento dalla pratica religiosa è ormai un fenomeno talmente diffuso da apparire quasi normale. Lei distingue diverse strade: chi se ne va per scelta, chi per delusione, chi per indifferenza e chi semplicemente perché la fede non è più stata trasmessa in famiglia. Quale di questi fenomeni la preoccupa maggiormente nel Biellese? E la Chiesa ha forse tardato a rendersi conto della profondità di questo cambiamento?
Non so se la Chiesa abbia tardato a rendersi conto di questo cambiamento; di certo ne ha mal compreso la delicatezza e l’urgenza. Va detto: non tutti i ridimensionamenti sono di per sé disastrosi. Ratzinger, già nel ‘69, profetizzava, dopo la crisi, un ritorno a una Chiesa più piccola, capace di rimettere al centro la fede. Quello che però è certo è che questi allontanamenti portano con sé dolore e domande irrisolte, e per questo la Chiesa e i suoi pastori non possono tirarsi indietro. Ricordo che la prima missione della Chiesa — la Salvezza delle anime — passa anche dal districare le matasse dei dolori, degli stereotipi e delle ideologie che allontanano dalla relazione salvifica con Cristo. Per quanto riguarda il territorio biellese, credo che abbiamo esperienza di ogni forma di allontanamento, ma quello che forse oggi mi preoccupa di più è quello silenzioso, dentro le famiglie, dove la fede non viene più trasmessa per molteplici motivi. In questo senso, vorrei spendere una parola, sulla scia di quanto ci ha trasmesso Papa Francesco, sulla preziosità delle mamme e delle nonne nella trasmissione della fede, di cui spesso ci dimentichiamo.
Nella lettera parla apertamente anche delle persone ferite dalla Chiesa, citando comportamenti incoerenti e scandali, a cominciare dagli abusi. Ma ci sono anche ferite molto più quotidiane: una parola sbagliata, un giudizio, la sensazione di non essere accolti. Quanto l’allontanamento dipende dalla società secolarizzata e quanto, invece, dalle responsabilità della Chiesa stessa?
La Chiesa ha delle responsabilità, questo è evidente — responsabilità, mi riferisco alla prima dimensione della sua domanda, per le quali si è chiesto scusa, anche se questo non basta mai. Responsabilità per le quali, però, la Chiesa stessa sta lavorando da anni su se stessa, nella dimensione strutturale, canonica, amministrativa e pastorale, perché torni a essere un luogo di fiducia e di crescita. Chiaramente, però, basta anche solo una parola o un comportamento poco misericordioso per rompere questa fiducia, e questo accade ogni volta che non siamo testimoni credibili, che non agiamo sull’esempio di Cristo. Molti allontanamenti sono dovuti anche a una diversità di registri, per cui è come se il mondo e la Chiesa parlassero due lingue diverse, abitassero due realtà diverse — e questo non porta frutto. Certo, la secolarizzazione della società non aiuta, ma non è nemmeno il tappeto sotto il quale nascondere ogni nostro errore, anche quello più comune: l’indifferenza.
C’è un passaggio particolarmente severo rivolto proprio a chi è rimasto: «Non dobbiamo considerarci cristiani di serie A». È forse questa una delle conversioni più difficili che oggi chiede alle comunità cristiane: smettere di pensare ai cosiddetti “lontani” come a persone che devono semplicemente tornare e cominciare invece a domandarsi perché se ne sono andate?
Prima ancora di domandarci perché se ne sono andate, dobbiamo accorgerci che se ne sono andate — e questo non vuol dire soltanto constatare che la domenica mattina, a Messa, la chiesa è sempre più vuota. Vuol dire sapere chi sono le persone che, poco alla volta, si sono allontanate, perché ogni comunità è come un tessuto: bisogna riconoscere le parti che piano piano si sfilacciano, si strappano o si usurano, per motivi diversi. Comprenderne le ragioni e operare di conseguenza. Ma deve essere un rapporto che si costruisce da uomo a uomo, non da vicino a lontano, da immacolato a peccatore. Da uomo a uomo. Tenendo conto che spesso il prezzo da pagare per un allontanamento è proprio smettere di interrogarsi: per questo, in ogni caso, le barricate divisorie non funzionano mai.
Lei parla del «coraggio di disarmarsi» e individua nel “noi contro voi” una delle categorie più pericolose del nostro tempo, presente persino nelle comunità cristiane. In una società sempre più polarizzata, come può la Chiesa disarmare il proprio linguaggio senza rinunciare alla chiarezza del proprio annuncio?
È un po’ quello che dicevo prima: quel «noi contro voi» è purtroppo la nostra abitudine, riflesso di quella polarizzazione che si diffonde a macchia d’olio. È un meccanismo che imponiamo e che, di riflesso, riceviamo — o viceversa, poco importa. Il «voi preti» non è poi così diverso dal «voi conviventi»: in ogni caso è accusatorio. In questo senso ho trovato davvero illuminante il magistero di Papa Leone, un uomo dalla mitezza ferma e decisa, un uomo innamorato di Dio, che ci chiede di disarmare il nostro linguaggio — il che vuol dire uscire dalla logica della polarizzazione. Per farlo, come in ogni processo comunicativo, è importante anzitutto avere chiara la propria identità e, in secondo luogo, essere disposti all’accoglienza non giudicante dell’altro, che diventa così spunto di arricchimento.
È interessante che il disarmo venga chiesto a entrambi: alla Chiesa nei confronti di chi è lontano, ma anche a chi si è allontanato nei confronti della Chiesa. Lei riconosce che molti giudizi sulla Chiesa nascono da errori reali, ma invita anche a distinguere giudizio e pregiudizio. Come si ricostruisce una fiducia quando è stata spezzata? E chi deve compiere il primo passo?
Naturalmente questo disarmo viene chiesto a entrambi, e non me ne stupisco. Dobbiamo fare il primo passo: guardare il mondo con occhi misericordiosi e accoglienti, senza pretendere nulla in cambio, ma senza svendere ciò in cui crediamo. Mi sembra che molti dei giudizi costruiti sulla Chiesa siano frutto di una non conoscenza della Chiesa stessa — l’ho scritto anche nella lettera. In questo senso, costruire o ricostruire una relazione di fiducia lo si può fare soltanto se le parti si conoscono profondamente a vicenda. Per giudicare la Chiesa devo prima viverla, comprenderne le dinamiche e, soprattutto, i valori e le virtù: mi sembra elementare. Non è un suggerimento difensivo, il mio, quanto una constatazione oggettiva di come dovrebbe funzionare un meccanismo così importante. Quanto al primo passo, io sarò sempre pronto a farlo, e con me tantissimi sacerdoti veramente santi della nostra Diocesi, che stanno spendendo una vita di testimonianza e di primi passi. E poi non credo di essere un principe d’altri tempi, una persona irraggiungibile. Lo dico a chi ci legge: vuoi un confronto, un dialogo? Eccomi. Il mio ufficio è sempre aperto, così come sono aperte le case parrocchiali del nostro territorio, le chiese e gli oratori: aperte come le braccia del Padre.
In questo quadro lei propone una «terza via», fondata soprattutto sull’ascolto reciproco: il credente deve ascoltare le ragioni di chi è lontano e chi è lontano quelle di chi continua a credere. Non è forse questa la vera eredità del percorso sinodale: non tanto nuove strutture, quanto un diverso modo di stare gli uni davanti agli altri?
La terza via è alla base della dialettica classica, di qualsiasi processo intellettivo, e certamente quest’idea è permeata dai frutti del cammino sinodale. È la risposta alla polarizzazione, al mondo in bianco e nero che pretende di interpretare tutto in modo netto, mentre la realtà è in verità una meravigliosa scala di grigi — anzi, di tutti i colori dello spettro visivo. La terza via è tutta quella bellezza che sta in mezzo. Chiaramente dovremo pensare alle nostre strutture e ripensarle per coniugarle meglio con le esigenze attuali, ma prima ancora, come ben dice lei nella domanda, dobbiamo cambiare il nostro modo di stare gli uni davanti agli altri. Siamo noi le fondamenta delle strutture: perché cambiare la superficie, se prima non si modifica il nostro modo di vivere e di relazionarci — le fondamenta relazionali di tutta la nostra vita?
La Diocesi di Biella sta affrontando contemporaneamente questioni molto concrete: unità pastorali, diminuzione dei sacerdoti, riorganizzazione della presenza sul territorio, futuro delle parrocchie. Perché ha scelto di anteporre a queste questioni una riflessione sui “lontani”? È anche un modo per dire che prima di ridisegnare le strutture occorre chiedersi per chi e per che cosa esiste oggi una comunità cristiana?
Un modo di procedere che non sopporto è parlare per ipotesi: forse cambieremo così, forse cosà, faremo questa o quella unità pastorale, quella parrocchia verrà forse soppressa e quell’altra forse unita. Quando sarà il momento, parleremo anche di questi cambiamenti, e quel momento sarà maturato insieme a chi mi aiuta nello svolgere il mio ministero, ognuno secondo il proprio mandato e il proprio carisma. Quella sì che sarà veramente un’operazione sinodale, perché partecipata a trecentosessanta gradi. Ma per me è fondamentale anteporre a tutte queste questioni — che pure tediano e preoccupano, lo dico con onestà, la vita di un povero Pastore — quello che il diritto canonico, al can. 387, chiede al Vescovo: di «essere tenuto a offrire un esempio di santità nella carità, nell’umiltà e nella semplicità di vita» e di «promuovere con ogni mezzo la santità dei fedeli», affinché «i fedeli affidati alle sue cure crescano in grazia». Il compito più importante che mi è stato affidato è dunque di natura spirituale, oltre a essere primo testimone. Ecco perché ho voluto una lettera prettamente spirituale, persino teologica se vogliamo, e non organizzativa o gestionale. Qualche risposta fa parlavo della prima missione della Chiesa, la Salvezza delle anime: è anche il mio compito principale, quello che sento come più urgente e importante. Per questo, come padre nella fede, non posso dimenticare chi fatica a instaurare la relazione salvifica con Cristo, né posso dare precedenza alla struttura — seppur anch’essa finalizzata alla Salvezza — rispetto alle anime delle persone.
Il titolo contiene un’ambiguità che si chiarisce progressivamente: all’inizio sembra essere l’uomo ad avere nostalgia di Dio, poi nel terzo capitolo la prospettiva si rovescia: «E se fosse Dio ad avere nostalgia di me?». È questo il cuore teologico e, insieme, affettivo dell’intera lettera?
È il cuore affettivo e relazionale di questa lettera. D’altronde, tutta la teologia è relazionale, perché ha il suo fondamento nell’atto relazionale e comunicativo per eccellenza: la Rivelazione. Questo doppio senso di lettura della nostalgia è proprio l’idea alla base del testo che ho voluto scrivere, ma è anche, direi, la base della relazione uomo-Dio. Togliendo provvisoriamente, all’inizio, l’elemento Dio, resta la nostalgia che l’uomo prova nei confronti della realtà altra, che per convenzione chiamiamo dio, per poi scoprire che questa nostalgia è quel Dio stesso che la prova nei confronti dell’uomo — e che quindi è proprio il Dio dei nostri padri, il Dio del Nuovo Testamento, il Dio della Croce e della nostra Salvezza.
Lei utilizza un’immagine forte, quella dell’«anestesia»: non sostiene che l’uomo contemporaneo abbia smesso di porsi le grandi domande, ma che spesso abbia smesso di ascoltarle. Non c’è però il rischio che chi vive serenamente senza una pratica religiosa percepisca questa lettura come un giudizio sulla propria vita? Come si può parlare di nostalgia di Dio a chi sostiene sinceramente di non sentirne alcuna?
Lei fa un’ottima analisi: è un rischio in cui posso incorrere. Non temo, però, di essere smentito quando dico che l’uomo non ha mai smesso di farsi domande, perché è nella sua natura interrogarsi in maniera esistenziale. L’ha sempre fatto e sempre lo farà. Forse, semmai, si è smesso di dar corda a queste domande, relegandole ai margini della vita, vivendo così, come dice lei, «serenamente senza una pratica religiosa». Credo che quella nostalgia abiti in qualche recondita profondità del cuore di ognuno di noi, e se sinceramente qualcuno mi dicesse di non sentirne alcuna, lo ammirerei davvero: sarebbe un mistico, un uomo che ha già incontrato Dio, per cui la fede diventa certezza. Negli altri casi, invece, forse non è “nostalgia” il nome più calzante: la si può chiamare inquietudine di vivere, indecisione su dove vogliamo andare, a volte persino paura di morire. Sono tutti aspetti che dicono che l’uomo è fatto per qualcosa di più grande della nostra sola vita terrena.
La lettera ha anche una costruzione molto studiata: parte da un «Mi manchi» rivolto dal Vescovo a chi si è allontanato e arriva a scoprire che, in realtà, è Dio stesso a dire «Mi manchi» all’uomo. Quanto era importante che anche la forma e l’architettura del testo accompagnassero il lettore in questo progressivo rovesciamento dello sguardo?
Quella frase, «Mi manchi», mi è uscita davvero di getto. Poi i miei collaboratori mi hanno suggerito di soffermarmi su di essa nel testo, e devo dire, con onestà, che è proprio il motore di questa lettera. L’ho scritta perché mi mancate, perché ho in mente volti, storie e persone del nostro territorio che si sono allontanate. La nostra Chiesa, la nostra ekklēsíā, la nostra assemblea, non è la stessa senza di voi. Ecco perché mi mancate. E poi, naturalmente, sono anche le parole che immagino Dio dica all’uomo, e che con altre parole esprime nella Scrittura. Il mancare è la condizione di partenza per la chiamata: io chiamo un amico perché ne avverto la mancanza, e allo stesso modo Dio opera nei nostri confronti. Poi, certamente, essere riusciti a pensare a una forma in qualche modo circolare del testo facilita la lettura, ed è anche merito dei miei collaboratori, che finemente hanno limato il mio lavoro più grezzo.
Anche la scelta grafica e la copertina volutamente essenziale, quasi spoglia di simboli ecclesiastici, sembrano voler abbassare una soglia prima ancora che il lettore cominci a leggere. Quanto avete lavorato perché questa lettera potesse arrivare davvero nelle mani di una persona che normalmente non prenderebbe mai in mano un documento della Chiesa?
All’inizio pensavo a una copertina davvero spoglia, tinta unita, quasi anonima. Poi, tra le varie possibilità, mi è stato mostrato il catalogo di un pittore di Valle Mosso che non conoscevo, Leonardo Ludovico. Sono rimasto subito colpito dalle sue opere, in particolare da quella che poi ho scelto come copertina, intitolata «Primo risveglio di sole», che la famiglia del pittore — che ringrazio — ha voluto regalarmi. L’ho appesa subito nel mio salottino. Si sposava bene con quanto avevo in mente: una copertina senza crocifissi, icone mariane o altri simboli, che però, nella sua semplicità, trasmettesse già un assaggio di quella nostalgia, e che lasciasse spazio alla curiosità del lettore — anche di chi troverà questo testo senza aspettarselo.
E qui arriviamo forse alla prova decisiva. Lei scrive che, se la lettera resterà nelle sacrestie, avrà fallito. Come pensate concretamente di farla uscire dalle sacrestie? Non basta pubblicarla o distribuirla: chi dovrebbe consegnarla a chi si è allontanato, e soprattutto come farlo senza trasformare quel gesto in un tentativo di proselitismo?
Il mio desiderio — spero non troppo utopico — è che questa lettera circoli di mano in mano, raggiungendo pian piano le persone che potrebbero giovarsi di questa lettura. Non è un testo destinato a restare sepolto nella polvere di qualche archivio, o impilato accanto al bussolotto delle offerte in qualche sperduta chiesetta. È un testo che chi legge è chiamato a condividere e a far fruttare — non perché l’abbia scritto io, sia chiaro, in questo non c’è alcun valore, ma perché vuole provare a stuzzicare la curiosità e il cuore. Proprio per evitare il proselitismo, nel testo non ci sono risposte: non è un decalogo da seguire, un elenco di buone pratiche o di soluzioni testate, ma un invito a dare ascolto a quell’ardente nostalgia e a ricominciare a coltivare la relazione con Cristo. Come? Essendo una relazione, ognuno ha il proprio modo di viverla in seno alla Chiesa: altrimenti saremmo tutti uguali. Voglio poi sottolineare che non è esclusivamente un testo per chi si è allontanato, quasi come se un parrocchiano non fosse autorizzato alla lettura, o non si sentisse chiamato in causa. Tutt’altro: è un testo rivolto anche a noi che viviamo attivamente la vita della Chiesa, perché l’invito a intensificare la relazione con Cristo è un po’ il centro della nostra vita di fede, il carburante per quell’azione di testimonianza che ci contraddistingue come cristiani. E poi, se l’hai già letta, puoi sempre passarla a un amico…
Lei mette in guardia anche dall’aspettarsi risultati immediati: «ogni grappolo matura con il suo tempo». Che cosa si aspetta allora davvero da questa lettera? Una persona che ritorna a Messa? Una domanda che ricomincia ad affiorare? Una conversazione in famiglia? Un incontro tra chi è rimasto e chi se n’è andato?
Cosa mi aspetto? L’elenco che lei fa è come una pioggia di grazie su grazie. Non ho l’ardire di pormi delle aspettative, ma posso dire che, se anche un solo cuore verrà toccato dalle parole che ho scritto — nelle quali non c’è nulla di nuovo, solo una sintesi del mio modo di vedere alcuni aspetti attraverso voci autorevoli e il magistero dei papi, in chiave epistolare — allora sarò più che felice. Il mio obiettivo è stimolare la curiosità, il dubbio, l’apertura ad accogliere le domande che ci si pone, e comprendere che non si è meno uomini se proviamo ad accettare che la risposta, a volte, ci sfugge — e che proprio questo, allo stesso tempo, ci eleva a qualcosa di meravigliosamente più grande e straordinariamente umano. Mi auguro poi che ogni comunità coniughi, nella propria missione pastorale, le idee che ho in qualche modo espresso in questa lettera, per costruire un vero cammino di testimonianza, vicinanza e fiducia come comunità cristiana. E tante volte, forse, basta sapere che a casa c’è qualcuno ad aspettarti, così come sei. Vorrei, con tutto me stesso, che quella casa tanto agognata fosse la nostra cara e amata Chiesa che è in Biella.
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