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Diocesi di Biella

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Lettera pastorale non convenzionale per l'anno 2026/2027

La nostalgia di Dio

Mons. Roberto Farinella, Vescovo di Biella

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Premessa

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Questa lettera nasce nel segno della trasparenza e della sincerità, e vuole essere, prima di tutto, un atto di verità. Non scrivo per aggiungere un documento ai tanti che già affollano gli archivi della nostra Diocesi, né per ripetere formule che usiamo per consolarci a vicenda senza che nulla cambi. Scrivo perché queste pagine possano uscire dai soliti circuiti ecclesiali e raggiungere anche chi della Chiesa non si fida più, chi l’ha lasciata, chi non vi ha mai messo piede: a loro, prima ancora che a chiunque altro, sono rivolte, sul solco di quanto i Pontefici non si sono mai stancati di insegnarci. È un padre che scrive a chi si è allontanato, a cuore aperto. Se resterà chiusa nelle nostre sacristie e nei nostri linguaggi, avrà fallito ancor prima di essere letta.

Proprio per questo, però, la lettera interpella in modo diretto anche chi nella Chiesa lavora ogni giorno per tradurre in pastorale concreta l’annuncio del Vangelo: parroci, uffici pastorali, operatori della carità e missionari: perché queste pagine possano davvero raggiungere chi si è allontanato, serve prima di tutto il loro impegno. Abbiamo dedicato tempo, energie e parole all’evangelizzazione: è tempo ora di agire, non di continuare a lamentarci di quanto sia difficile il momento presente, di quante risorse manchino, di quanto la gente si sia allontanata. Chi ha responsabilità pastorali è chiamato, da queste pagine, a un esame onesto: ci è chiesto di rispondere, in base all’effettiva situazione che stiamo vivendo, a ciò che il Signore ci chiede oggi.

Prologo

A te che ti sei allontanato.

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Caro amico, cara amica che in questi anni ti sei allontanato, questa lettera è per te.

Ho voluto scriverla pensando proprio a te, che da tempo hai preso le distanze da una Chiesa, da una comunità, forse anche da una fede che un tempo ti apparteneva. Sono il tuo Vescovo, un uomo che ormai si avvicina alla sessantina, e ti scrivo con le parole che mi sono proprie: quelle di chi ha vissuto abbastanza per aver imparato ad ascoltare, prima ancora che a parlare. Voglio semplicemente dirti che mi manchi. Mi rendo conto che è una parola che forse non ti aspettavi da un Vescovo, eppure è la più vera che possiedo.

In queste prime righe non voglio addentrarmi nelle ragioni che ti hanno portato dove sei oggi: avremo tempo, più avanti, per fermarci su quei percorsi, che immagino diversi e personali quanto la tua storia. Ora vorrei solo che tu sapessi questo: qualcuno pensa a te con affetto, e crede che la tua vita, comunque tu la stia vivendo, abbia un valore che nessuna distanza può cancellare. Questa lettera nasce da un desiderio semplice, quello di raggiungerti dove sei, con rispetto per il tuo cammino e per il tuo tempo. Non ti chiedo nulla, per ora. Solo di leggere queste pagine come si legge una lettera scritta da chi vuole bene, senza fretta, senza pretese: con la pazienza tranquilla che si ha nel leggere le parole di un padre, che parla a nome di tutta la sua famiglia.

1. Quando il cuore si anestetizza: viaggio nel bazar della vita

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Prima di entrare in seminario, da ragazzo, ho fatto per qualche tempo il garzone in un negozio, nel paese dove sono nato e cresciuto. Era uno di quei negozi di una volta dove si trovava veramente di tutto, una sorta di grande “bazar”. Ti perdevi fra giornali, articoli regalo, quaderni, giocattoli, detersivi e l’immancabile ceramica artigianale: articoli uno accanto all’altro senza troppa logica, se non quella di rispondere a ogni bisogno del cliente. Facevo un po’ di tutto anch’io: riordinavo gli scaffali, davo una mano in cassa, mi occupavo della sistemazione dei giornali al mattino presto, e non mancava che qualche volta andassi persino a recuperare i palloni “Super Tele” che scappavano giù per la discesa. Erano piccole responsabilità, ma per un ragazzo sembravano importanti, e in fondo lo erano.

Con gli occhi di allora osservavo semplicemente il viavai dei clienti. Oggi, che ho l’età per rileggere quei ricordi con più calma, mi accorgo di un dettaglio che allora mi sfuggiva: quante persone entravano in quell’emporio con un’idea precisa in mente — un rotolo di spago, una lampadina, un quaderno per il nipote — e uscivano invece con tutt’altro tra le mani, catturate da un oggetto che non cercavano, sedotte da un soprammobile inutile o dall’ultima novità in vetrina. Non erano persone distratte o superficiali: erano semplicemente persone, come me, come te, esposte a troppi richiami tutti insieme.

A dire il vero anche diverse persone entravano senza potersi permettere di acquistare quello che desideravano, e ricordo con un po’ di amaro in bocca che alcune volte venivo richiamato perché concedevo un po’ di sconto senza l’autorizzazione del proprietario. Soffrivo nel vedere gli occhi tristi e le mani vuote.

Penso che quel bazar dei miei ricordi somigli, oggi, al mondo in cui viviamo. Anche noi ci finiamo dentro, spesso senza averlo scelto fino in fondo, e ci troviamo circondati da mille cianfrusaglie affascinanti, da stimoli continui che promettono di soddisfare un desiderio, ma finiscono per distrarci da quello vero. Abbiamo così tante voci intorno, così tante proposte luccicanti, che facciamo fatica a ricordare cosa fossimo entrati a cercare. È una fatica che conosco bene, perché la vedo negli occhi di chi incontro, e talvolta la riconosco anche nei miei stessi giorni: il rischio non è tanto quello di smarrire la strada di colpo, quanto quello di lasciarsi portare, scaffale dopo scaffale, sempre un po’ più lontano da ciò per cui valeva davvero la pena entrare.

1. 1. Non tutti ci si allontana allo stesso modo

Tornando a quel bazar dei miei ricordi, mi accorgo che nessun cliente vi entrava con lo stesso passo, e nessuno usciva portando via le stesse ragioni. Similmente, credo che ci si allontani dalla pratica religiosa, dalla Chiesa, dalla fede e da Dio, con percorsi altrettanto diversi quanto le persone che li compiono. Vale la pena, prima di proseguire, fermarsi a riconoscerne alcuni, con lo sguardo di chi vuole capire. E con lo sguardo soprattutto, di chi non vuole assolutamente misurare la carità delle persone, di chi non vuole esprimere un giudizio morale sul bene elargito o sulla qualità della fede, di chi anzi, conosce e ha conosciuto moltissime persone squisite, buone e generose, pur senza appartenere alla Chiesa o professare un proprio credo.

C’è chi si allontana per scelta consapevole. È la persona che, a un certo punto della vita, ha deciso di percorrere una strada propria, spesso convinta che la libertà si costruisca proprio prendendo le distanze da ogni autorità che pretenda di orientare le scelte personali[cite: 1] o perché semplicemente non si sente rappresentata, come uomo o come donna, da una Chiesa che non reputa capace di parlare ai giorni nostri. È un allontanamento lucido, quasi rivendicato, figlio di una cultura che pone l’individuo al centro di tutto, che modella un uomo senza pretese d’infinito, che rende «inutile o meno necessario o meno urgente il pensiero di Dio».

C’è chi si allontana per delusione. Sono spesso persone che un tempo hanno creduto con sincerità, magari fin da bambini, e che hanno vissuto un momento — un gesto, una parola, un comportamento incoerente da parte della Chiesa o di chi la rappresenta — che ha lasciato un segno negativo. Penso, in particolare, a chi porta ferite legate a scandali che hanno coinvolto la vita di preti e religiosi, primi fra tutti gli abusi sui minori, o addirittura la propria vita, ferite che nessuna parola può minimizzare. Vi è poi chi si professa deluso da Dio: non riesce a far coesistere l’esistenza di un Padre Celeste, amorevole e misericordioso, la «razionalità del Creatore», con le disgrazie del mondo e i dolori della propria vita. Ma in fondo, nel cuore di queste persone rimane spesso il desiderio di poter un giorno ricostruire un buon rapporto con Dio.

C’è chi si allontana per indifferenza. È forse la forma più diffusa del nostro tempo: non una rottura, non un evento preciso, ma un lento scivolare verso una vita in cui Dio semplicemente non è più necessario, in cui «forse Dio non esiste, ma non ha importanza, e comunque non ne sentiamo la mancanza».

E c’è, infine, un allontanamento silenzioso, quello che avviene dentro le famiglie, senza clamore, più per mancata trasmissione della fede che per rifiuto. Sono i ritmi di lavoro, la vita frammentata, i nonni sempre più lontani dai nipoti, il tempo assorbito dagli schermi, a far sì che la fede non passi più, quasi per mancanza di occasioni, da una generazione all’altra. In questi casi i genitori non sono diventati non credenti: semplicemente, la fede ha smesso di parlare nella vita di ogni giorno, restando confinata a battesimi e prime comunioni, come momenti isolati, senza seguito.

Quattro strade diverse, e probabilmente altre ancora che io non so nominare. Quattro strade che però, non smettono di parlare di Dio, perché anche negandoLo in fondo Lo si rivela. Ma se scrivo questa lettera, è perché sono certo di una cosa: qualunque sia stata la tua strada, tu meriti di essere ascoltato prima che giudicato, riconosciuto prima che etichettato. È quello che, in fondo, sto provando a fare in queste pagine.

1. 2. L’anestesia dell’intelligenza e dell’anima

Ci si allontana, dunque, in modi diversi. Vorrei quindi ora fermarmi su un meccanismo che, in un modo o nell’altro, attraversa quasi tutte le strade che ho provato a descrivere, e che ho imparato a riconoscere soprattutto incontrando alcuni giovani amici, con cui mi capita a volte di parlare senza fretta, spesso davanti al mio punto debole: il caffè. E la cosa che mi colpisce, ogni volta, è che il racconto che ne esce non è quello che forse ci si aspetterebbe. Sì, è vero: Dio è uscito di scena, non è più il protagonista dichiarato delle loro vite. Sì, è vero: «il mondo occidentale non si può più dire cristiano». Ma non è affatto vero che i giovani, e non solo loro, abbiano smesso di farsi domande.

Anzi: le domande più profonde dell’uomo non si lasciano mettere a tacere facilmente. «Cos’è l’uomo? Qual è il significato del dolore, del male, della morte, che continuano a sussistere malgrado ogni progresso? Cosa valgono quelle conquiste pagate a così caro prezzo? Che apporta l’uomo alla società, e cosa può attendersi da essa? Cosa ci sarà dopo questa vita?» Fanno parte di noi, sono una sete che portiamo dentro fin dalla nascita, un desiderio di pienezza e di eternità che nessuna autonomia, per quanto rivendicata con forza, riesce davvero a sopprimere. In fondo, l’intelligenza autentica non chiude il mistero dentro una formula, ma riconosce che la realtà è sempre più ampia di ciò che riusciamo a misurare. Il problema, allora, non è che l’uomo abbia smesso di interrogarsi. Il problema è che rispondere costa fatica. Mettersi in gioco davvero, lasciarsi interrogare fino in fondo, significa incamminarsi su un sentiero impervio, imprevedibile, che nessuno può percorrere al posto nostro. Significa, in una parola, uscire dalla propria “comfort zone”.

Ed è qui che entra in scena quella che chiamerei la logica dell’anestesia. Di fronte alla fatica di cercare, si finisce per sopprimere il desiderio stesso di cercare. Si anestetizza l’intelligenza, si anestetizza il cuore, e ci si accontenta — spesso senza nemmeno accorgersene — di soddisfazioni più immediate, di piccole ed effimere felicità transitorie che ci si illude siano piene, autentiche, definitive. È un meccanismo sottile, quasi sempre involontario: non credo che qualcuno scelga di raffreddare il proprio cuore a tavolino. Semplicemente, un giorno, smette di farsi domande, smette di cercare, e comincia a convincersi che vada bene così. E, cosa più sorprendente, spesso arriva a crederlo con sincerità. Ma dobbiamo dircelo: non possiamo rassegnarci nel considerare «l’uomo incapace della verità».

Non è un atto d’accusa, il mio. So bene che questa anestesia si insinua in modi diversi anche a seconda delle strade di allontanamento di cui ho parlato: in chi ha scelto consapevolmente la propria autonomia, l’anestesia può nascondersi dietro l’orgoglio di bastare a se stessi; in chi è rimasto ferito da una delusione, può essere lo scudo con cui si protegge da un dolore che non vuole più riaprire; in chi vive nell’indifferenza, può essere semplicemente il rumore di fondo di giornate sempre uguali, in una società senza la pazienza necessaria a coltivare l’interiorità. Ma il risultato, alla fine, è lo stesso: un cuore che smette di parlare, e un’intelligenza che smette di cercare oltre l’immediato — perdendo, insieme a Dio, anche l’incontro autentico con gli altri e con se stessi.

E qui vorrei dire una cosa a te, che forse ti riconosci in queste righe. So che qualche volta, magari raramente, magari solo in certi momenti particolari — una notte insonne, un lutto, un silenzio improvviso in mezzo al rumore di sempre — l’effetto di questa anestesia si affievolisce. E ti ritrovi quasi al buio, un po’ spaesato, a brancolare tra domande che credevi sepolte per sempre. Sono momenti preziosi. Non farteli scappare. Perché in quel vuoto, in quell’incertezza improvvisa, si nasconde spesso un flebile barlume: quello di una nostalgia che, nonostante tutto, non ha mai smesso di bruciare.

1. 3. La nostalgia che non vuole morire

Sotto l’anestesia, sotto il rumore di fondo, sotto le mille cianfrusaglie del nostro bazar quotidiano, c’è qualcosa che non muore mai del tutto. È la nostalgia. La chiamo così perché non trovo parola più giusta per descrivere quel desiderio di verità che tutti portiamo scritto dentro fin dall’inizio, e che nessuna distrazione, per quanto efficace, riesce a cancellare fino in fondo.

Sant’Agostino se lo chiedeva già molti secoli fa. «A che cosa perviene chi sa ben usare la ragione, se non alla verità? » Non è la verità che arriva a se stessa attraverso il nostro ragionare: è essa, piuttosto, che cerchiamo ogni volta che ragioniamo davvero. In altre parole, la verità non è un nostro prodotto: ci precede, ci attende, ed è per questo che continuiamo a cercarla, anche quando crediamo di aver smesso. E questa ricerca di verità, se la si segue fino in fondo, porta sempre a qualcosa di più grande di noi. Lo ha scritto con parole che trovo bellissime Santa Teresa Benedetta della Croce, filosofa tedesca morta ad Auschwitz nel 1942: «Chi cerca la verità cerca Dio, che lo sappia o no». Ecco: anche tu, che ti sei allontanato, se hai continuato a cercare la verità — nel tuo lavoro, nei tuoi affetti, nelle tue letture, nelle tue notti insonni — hai continuato, senza forse saperlo, a cercare Dio.

Questa nostalgia non invecchia con noi. Non si affievolisce con gli anni, non si consuma con le delusioni della vita, non si lascia convincere, per quanto ci si provi, che in fondo non serva più. È pulsante anche nel tuo cuore, credimi, anche se forse non ti sei mai allenato a riconoscerla, a darle un nome. È una nostalgia struggente: il desiderio di essere riaccolti, di tornare a casa. E forse, proprio perché ci tocca così profondamente, preferiamo anestetizzarla anziché ascoltarla. Ma è come soffocare un amore, perché di questo si tratta, in fondo, di un amore. E cosa c’è di più difficile che sopprimere un amore? Un cantautore siciliano che ha passato l’intera vita in ricerca, Franco Battiato, in una sua canzone si chiedeva: «Come puoi tenere nascosto un amore?». Me lo sono chiesto spesso anch’io, pensando a questa nostalgia di Dio che portiamo tutti dentro: come si fa a tenerla nascosta a lungo, quando è così viva?

C’è chi, tra coloro che si sono allontanati, si illude di poter governare da solo la propria vita, di bastare pienamente a se stesso. È un’illusione comprensibile, perché dà l’impressione di avere il timone saldamente in mano. Ma un marinaio sa bene che può governare le vele, orientarle, correggerne l’inclinazione — non può, però, governare il vento. C’è sempre qualcosa che ci supera, che ci sovrasta, che soffia da una direzione che non abbiamo scelto noi. Ed è proprio in quel vento che, forse, si nasconde la nostalgia di cui ti sto parlando: quella differenza — lo scriveva il cardinale Carlo Maria Martini — che non passa tanto tra chi crede e chi non crede, quanto tra chi ha ancora il coraggio di accendersi di desiderio verso un ultimo orizzonte, e chi invece si è rassegnato a vivere accontentandosi del penultimo. Io credo che tu, che leggi queste righe, appartenga ancora alla prima categoria. Altrimenti, probabilmente, non saresti arrivato fin qui.

2. Il coraggio di disarmarsi

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Nelle pagine precedenti ho provato a guardare con occhi il più possibile onesti la realtà dell’allontanamento: le sue strade diverse, la fatica di stare davanti alle domande grandi, quella nostalgia che, in fondo, non smette mai davvero di ardere.

Ma osservare la realtà non basta, se poi torniamo a leggerla con le stesse categorie di sempre. E qui devo essere sincero con te che leggi, e prima ancora con me stesso: la categoria più comoda, quella a cui tutti — credenti e non credenti, praticanti e non praticanti — ricorriamo con maggiore facilità, è quella della divisione. Del noi contro voi. Del giudizio rapido, che classifica prima ancora di ascoltare. È una logica semplice, quasi istintiva, che il mondo di oggi ci offre confezionata e pronta all’uso in ogni ambito, perfino dentro le nostre comunità cristiane. Ma è una logica che, per quanto rassicurante, non porta frutto. Divide, non costruisce; etichetta, non incontra.

Provare ad abbandonare questa logica non è un esercizio semplice. Non significa, lo dico con chiarezza, rinunciare a proclamare la verità in cui crediamo: la Chiesa non può e non deve smettere di annunciare il Vangelo con franchezza. Significa piuttosto scegliere un’altra strada per farlo: quella del disarmo del linguaggio, del cuore, dell’intelletto, come ci invita a fare Papa Leone XIV. Significa lasciare cadere le parole taglienti, il giudizio immediato, per imparare — come ci ricordava Papa Francesco — «il linguaggio dell’amore, che è prendersi cura». È un cammino esigente, che chiedo prima di tutto a me stesso, ogni volta che sono chiamato a pensare, valutare, giudicare la realtà di questa Chiesa che mi è stata affidata come pastore. E lo chiedo poi a tutti voi: a te che ti sei allontanato, ma anche a te che ogni giorno rinnovi con fedeltà la tua adesione al Credo degli Apostoli. È un cammino di coraggio, per essere «tessitori di unità là dove prevalgono la polarizzazione e l’inimicizia». Un cammino per tutti noi. Un cammino, oserei dire, per essere semplicemente più umani.

II. 1. Cristiani, disarmate i giudizi!

Mi rivolgo ora a voi, cari amici, discepoli di Cristo, che ogni giorno scegliete di rinnovare la vostra fede, di camminare secondo lo Spirito, di attraversare le stagioni della vita restando fedeli all’Eucarestia domenicale, a una preghiera quotidiana, a un impegno nella comunità che spesso nessuno vede e nessuno applaude. Voglio dirvi, prima di ogni altra cosa, grazie. Grazie per la vostra perseveranza, spesso silenziosa; grazie per la testimonianza che offrite, anche quando vi costa; grazie per la preghiera che innalzate per questa Chiesa, per i vostri presbiteri e diaconi e per questo vostro Vescovo, che ne ha bisogno più di quanto forse immaginiate.

Ma proprio perché vi voglio bene, e proprio perché conto su di voi per il cammino che questa lettera propone, devo ora fare una puntualizzazione: non dobbiamo considerarci cristiani di serie A. Non possiamo permetterci di sentirci migliori degli altri sulla base del fervore della nostra pratica, della frequenza delle nostre Messe, della quantità delle nostre opere buone. E non possiamo, allo stesso modo, permetterci di guardare il mondo — e chi lo abita, escludendoci da questo — con gli occhi del giudizio. Sono occhi che, per quanto animati da buone intenzioni, finiscono facilmente per caricarsi di astio, e che di Cristo, alla fine, testimoniano ben poco. Impariamo, invece, a guardare il mondo con gli occhi del Salvatore. Disarmiamo i nostri giudizi. Apriamo le nostre orecchie prima delle nostre labbra. Questo, credo, significa essere davvero cristiani.

La salvezza, del resto, non ci raggiunge perché la conosciamo bene, perché sappiamo distinguere con precisione il giusto dallo sbagliato, perché siamo capaci di giudicare correttamente la vita altrui. Ce lo ha ricordato, con parole puntuali, il nostro Vescovo emerito, mons. Gabriele Mana: «Non si è salvi perché si sa cos’è la salvezza; non si è buoni perché si sa cos’è il bene; non si è nella gioia perché si sa cos’è la felicità. Si è salvi, si diventa buoni, si è beati perché si è abbracciati da Gesù Salvatore, si è stretti da Colui che è il Sommo Bene e da Colui che, perdonandoci, ci fa piangere di gioia». È dalla croce, dalle braccia allargate di Cristo, che ci viene la salvezza — non dai nostri verdetti sul mondo.

Già nella lettera pastorale dello scorso anno avevo sottolineato quanto sia centrale, per noi, che Cristo sia davvero al cuore di ogni relazione che tessiamo. Voglio tornarci ancora, perché lo ritengo fondamentale, e voglio aggiungere che questo incardinarsi in Lui si vive concretamente, giorno per giorno, proprio nel disarmo del nostro pensiero, del nostro cuore, del nostro giudizio. È un tema, come già anticipato, che il Santo Padre Leone XIV ci ha consegnato con chiarezza, invitandoci a «disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie», sforzandoci di misurare le parole e provando — come suggeriva Papa Francesco — a «evitare la logica della contrapposizione e della semplificazione» in famiglia, tra amici, e sì, anche nelle nostre comunità cristiane.

E so bene, carissimi, che tante persone si sono allontanate proprio a causa di giudizi ricevuti — più o meno taglienti, più o meno fondati. So anche che tu, che ti sei allontanato e che magari pensavi che questo paragrafo non ti riguardasse, stai leggendo proprio ora pensando: "è proprio così". Ecco, cari discepoli di Cristo, vi chiedo di fermarvi su questo pensiero. Perché mettendo in pratica questo disarmo non solo rimarremo davvero uniti a Cristo, come tralci alla vite, ma ci avvicineremo a quella «perfezione della carità» a cui ogni cristiano è chiamato, sottoscrivendo un personalissimo impegno ad approfondire e a rimettere al centro la fede in Gesù Cristo. E renderemo, così, le nostre comunità più vere, più attrattive — non per le nostre parole, ma per il nostro modo di accogliere. Infatti, anche chi si dice credente ma non praticante potrà sentire il desiderio di riavvicinarsi se sperimenterà accoglienza e non giudizio, ascolto e non imposizione, partecipazione e non passività. È un cammino che comincia da qui, da noi. Da chi resta, prima ancora che da chi è lontano.

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2. 2. La Chiesa, soggetto di giudizio e di pregiudizio

Nel paragrafo precedente ho chiesto qualcosa di scomodo ai discepoli di Cristo: di disarmare il proprio giudizio verso il mondo. Ora, per coerenza, e con lo stesso spirito, chiedo qualcosa di altrettanto scomodo dall’altro lato del tavolo, nella speranza che questo tavolo sia sempre meno spigoloso e sempre più rotondo.

Mi rivolgo a te, che ti sei allontanato. Con il passare del tempo, da quando hai maturato dentro di te l’idea di prendere le distanze, è probabile che siano nati e cresciuti in te giudizi nuovi verso questa Chiesa che un tempo ti ha generato nella fede. Giudizi che magari, anni fa, ti sarebbero sembrati eccessivi, e che oggi invece abitano stabilmente il tuo pensiero.

Voglio essere sincero: la Chiesa non è vittima di questo. Non lo siamo. Molti dei giudizi che portiamo addosso sono figli diretti dei nostri errori, errori per i quali, in certi casi, nemmeno chiedere scusa può bastare davvero a risanare la ferita provocata. Ma accanto ai giudizi fondati, bisogna avere l’onestà di riconoscere che esistono anche i pregiudizi. Sono frasi fatte che conosciamo tutti, che popolano le conversazioni da bar, che abitano gli animi di molti — e magari, caro amico, cara amica che ti sei allontanato — ne condividi qualcuna anche tu, senza realmente averle mai messe alla prova.

Se la Chiesa fosse perfetta, del resto, non staremmo qui a parlarne, e io non sarei qui a scriverti. Se fosse perfetta, non sarebbe umana. E la Chiesa non è perfetta, proprio perché è fatta di uomini e donne che la vivono ogni giorno, con le loro fragilità, i loro limiti, le loro cadute. Se fosse soltanto umana, però, sarebbe finita da tempo: sono passati duemila anni. La Chiesa è invece «formata di un elemento umano e di un elemento divino», ed è per questo «sacramento della salvezza, il segno e lo strumento della comunione di Dio e degli uomini».

Se giudicare non è mai la strada migliore, per formarsi un’opinione autentica su un soggetto rimane comunque imprescindibile conoscerlo davvero. Vale per ogni realtà, e vale anche per la Chiesa: per quello che insegna, per quello che vive, per quello a cui chiama chi la incontra. Non posso avere un’opinione fondata su qualcosa che non conosco; se ce l’ho, non sarà un’opinione autentica, ma il frutto del sentito dire, di emozioni passeggere vissute o raccolte qua e là. E questo, di solito, non porta lontano.

E lo stesso vale, forse ancora di più, quando l’oggetto del nostro giudizio non è la Chiesa, ma Dio stesso. Può capitare di formulare un’idea di Lui basata sulle nostre delusioni, sui nostri dolori, su un’esperienza che crediamo di aver fatto con Lui ma che spesso è solo la proiezione delle nostre attese disattese. Gli attribuiamo assenza quando non arriva ciò che chiedevamo, indifferenza quando il dolore ci sembra ingiusto, silenzio quando avremmo voluto una risposta immediata. Ma come può l’uomo disputare con Dio, conoscerLo abbastanza da poterLo giudicare, quando il nostro linguaggio non esaurisce il Suo mistero? Questo è uno sforzo che, alla fine, porta solo alla frustrazione: perché si finisce per giudicare non Dio, ma un’immagine di Dio ritagliata su misura del nostro dolore.

Per questo, caro amico, cara amica, ti invito a un piccolo esercizio: rimetti in discussione, almeno per un momento, l’opinione che ti sei fatto di Dio, della Chiesa, delle persone che la vivono, dei valori che prova a custodire e della cultura che genera. Metti da parte, per qualche istante, i giudizi che sei abituato a difendere, e prova anche tu a fare un passo di conoscenza, di ascolto. Sarebbe pretenzioso, da parte mia, chiederti — o peggio ancora pretendere da te — un cambiamento radicale nella tua vita: nessuno cambia davvero senza prima conoscere chi glielo propone. Le persone non compiono passi importanti se non si fidano; e non si fidano se prima non conoscono. È un principio che viene studiato nel mondo della comunicazione, ma che, credo, vale ancora di più quando si parla di fede e di vita.

Vorrei chiudere questo paragrafo con le parole di chi mi ha preceduto su questa stessa Cattedra, mons. Gabriele Mana, che scriveva: «Quando guardi il Signore e ti accorgi con gratitudine che Lo guardi perché Lui ti sta guardando, cadono tutti i pregiudizi e ti arrendi all’Amore». Forse è proprio da qui che si comincia: non dal giudicarci a vicenda, la Chiesa verso di te e tu verso la Chiesa, ma dal lasciarci guardare, ciascuno a modo suo, da Chi ci ha voluti, creati e amati fin dall’inizio — e la cui premura per noi non dipende da nessun nostro fallimento.

2. 3. La terza via, dove l’uno si incontra nell’Altro

Il disarmo di cui ho parlato nei due paragrafi precedenti — quello chiesto alla Chiesa nel suo rapporto con la società, e quello chiesto alla società nel suo rapporto con la Chiesa — non è tracciato da due strade parallele. È, in realtà, un’unica via, chiesta a tutti, sebbene con accenti diversi a seconda di dove ciascuno si trovi lungo il cammino. Ed è una via che, per chi è stato battezzato, affonda le sue radici in un dono ricevuto molto prima di poterlo scegliere: la grazia del sacramento del battesimo.

Vorrei fermarmi proprio qui, e mi rivolgo in particolare a te, che ti sei allontanato. Il tuo battesimo — quello che magari i tuoi genitori hanno scelto per te quando eri ancora troppo piccolo per decidere — non è stato solo una prassi, una formalità, un timbro che ti mette dentro o fuori da un recinto. È qualcosa che, dobbiamo dirlo con onestà, non si può cancellare: non con una presa di posizione, non con un documento, non con nessuno sbattezzo, non con nessun peccato, per quanto grande. Ma non voglio che tu legga questo come una condanna, come se fossi costretto a essere cristiano per sempre tuo malgrado. È, al contrario, una bellezza: la possibilità sempre aperta di avvertire quella nostalgia di Dio di cui ti ho parlato nelle pagine precedenti, di lasciare che la grazia ricevuta in quel giorno lontano possa ancora agire in te. E il battesimo, va detto con chiarezza, non chiede una fede perfetta né una vita perfetta: chiede solo un inizio, un punto di partenza. È un dono gratuito.

Anche a chi, invece, vive attivamente la propria fede vorrei rivolgere un invito simile: quante volte ci dimentichiamo del nostro stesso battesimo? Se chiedessi a bruciapelo a molti fedeli di dirmi la data del proprio battesimo, faticherebbero a rispondere — e faticherei anch’io. Eppure sarebbe bello riscoprire quel giorno come il nostro vero compleanno di fede, la data in cui siamo nati a vita nuova. Per tutti i battezzati, praticanti o lontani, quel sacramento resta una possibilità sempre viva: possibilità dell’azione della grazia, possibilità di tornare tra le braccia del Padre, possibilità di custodire vive quelle domande che ci abitano, in attesa di risposte capaci di darci pienezza, verità, salvezza.

Questa terza via, allora, è prima di tutto la via dell’ascolto. Ascolto delle proprie esigenze come uomini, della propria natura, della propria condizione di creature che hanno bisogno di un Creatore e che sono chiamate, al tempo stesso, a custodire il creato. Ma è anche ascolto reciproco, l’uno dell’altro. A te che sostieni di non credere, chiedo di ascoltare le ragioni dei tuoi fratelli nella fede, di accogliere le loro testimonianze, di lasciarti interrogare sulla strada che conduce alla felicità, aprendo un poco il tuo orizzonte. A te, invece, che vedo ogni domenica a Messa, chiedo di ascoltare le ragioni dei tuoi fratelli nel battesimo che oggi sono lontani, di riconoscere in loro osservazioni spesso fondate, di interrogarti su come essere un testimone migliore, di vivere sprigionando una gioia piena — di vivere, insomma, da innamorato.

Per aiutarci in questo ascolto reciproco, vorrei proporre uno strumento semplice, nato non in ambito teologico ma negli studi di comunicazione istituzionale, e che trovo particolarmente adatto a questa terza via. Sono i sette canoni dell’ascolto proposti dallo studioso Jim Macnamara, che provo a riformulare in modo semplice.

Riconoscere all’altro il diritto di parlare, e trattarlo con rispetto. Dare valore alle sue opinioni, anche solo con un grazie sincero. Prestargli davvero attenzione, facendolo sentire ascoltato. Interpretare ciò che dice con onestà, senza distorcerlo. Comprendere il suo punto di vista, la sua prospettiva, i suoi sentimenti. Tenere in considerazione ciò che dice, dando peso reale alle sue parole. E infine rispondere in modo appropriato, anche quando non si è d’accordo.

Sono, in fondo, gesti semplici. Ma è proprio nella loro semplicità che si costruisce quella via di mezzo tra il giudicare e il tacere, tra l’imporre e l’ignorare, di cui la nostra Chiesa — e forse anche il tuo cuore — ha bisogno. Non è un caso che anche il Sinodo dei Vescovi abbia scelto l’immagine dell’orchestra per descrivere questa Chiesa capace di ascolto: una varietà di strumenti, ciascuno con la propria voce, che rinuncia alla pretesa di mettersi al centro per lasciare spazio a un’armonia più grande perché «chi si mette alla scuola dell’altro» nell’ascolto e nel dono diviene strumento di comunione.

C’è, infine, un’ultima pietra che lastrica questa terza via, forse la più importante di tutte: l’incontro con il Salvatore. So che può sembrarti un’affermazione scontata, specie detta da un Vescovo, e tu, che ti sei allontanato, probabilmente starai pensando: “avevi detto che non mi avresti chiesto nulla, e ora mi chiedi proprio la cosa più prevedibile di tutte”. Hai ragione. Ma se sei arrivato a leggere fin qui, credo che sia perché la strada che ti sto indicando è quella che, in fondo, abita già le profondità del tuo cuore. Non ti sto chiedendo nulla di estraneo a ciò che desideri anche tu. Prova a incontrarlo negli occhi delle persone che ti vogliono bene, nei gesti di un amico sincero. Prova a incontrarlo senza pregiudizi, senza le difese costruite in questi anni. Prova a incontrarlo nella Parola contenuta nelle Scritture. Prova a incontrarlo come si incontra un vecchio amico che non ha mai smesso di volerti bene.

Non serve, credo, perderti in troppe astrazioni o complicati ragionamenti filosofici. Alla fine, la ragione stessa ci pone davanti a una domanda semplice, quasi radicale: «Dio o c’è, o non c’è». Non existe una via di mezzo puramente intellettuale. E nel tuo cuore, se segui davvero la ragione fino in fondo, so che una risposta sta lentamente maturando. Solo che quella risposta non ha il volto di un concetto astratto, ma il volto di un uomo. Forse questo cambierà la tua prospettiva, forse no. Ma sono certo, con l’audacia di chi non teme di essere smentito, che questa terza via ha un nome preciso, Gesù Cristo, e che è Lui a poter dare senso, pienezza, e — mi si conceda l’immagine — sapore alla tua vita.

2. 4. Ogni grappolo matura con il suo tempo

Vorrei chiudere questo capitolo con una parola di verità, che mi sembra doverosa. Questa lettera non ha la pretesa di rivoluzionare la vita a chi, come te, si è allontanato. Non ne ha i mezzi, non ne ha la forza, e sarebbe presuntuoso pensare che li avesse. Non posso sostituirmi al Signore: c’è chi pianta e chi irriga, ma è Dio solo a far crescere. E del resto come scrissero i vescovi che sessant’anni fa coraggiosamente cambiarono il volto della Chiesa nel mondo, «la verità non si impone se non in virtù della sua stessa verità».

Mi ha colpito molto, quest’anno, l’intervento di un Vescovo francese, invitato alla riunione annuale della Conferenza Episcopale Italiana, che raccontava il notevole aumento di battezzati adulti in Francia. Quello che mi ha colpito, però, non è stato il numero, ma un’ammissione onesta che ha fatto lui stesso: ripercorrendo le storie di queste persone, coloro che erano arrivati alla fede spinti, incuriositi, guidati dalle iniziative pastorali delle diocesi, erano davvero pochi. La maggioranza si era avvicinata semplicemente per grazia, per vie che nessuna programmazione pastorale avrebbe potuto prevedere o costruire.

Non mi illudo, dunque, che queste pagine possano stravolgere innumerevoli vite. Il mio desiderio più bello, molto più modesto ma non per questo meno vero, è che possano toccare anche solo qualche cuore, e che in quei cuori possano deporre un piccolo seme. Il resto lo farà lo Spirito Santo, che non agisce secondo i nostri tempi, ma secondo i tempi giusti per ciascuna persona. Ecco perché lo dico soprattutto a noi, a chi tra noi ha responsabilità pastorali: non pretendiamo tutto e subito da nessuno. Prima il germoglio, poi la spiga, poi il grano pieno nella spiga: ogni frutto, ogni grappolo nella vigna del Signore matura con il suo tempo.

L’invito, allora, resta uno solo, lo stesso che un santo Vescovo, divenuto poi Papa, rivolgeva ai “lontani” quasi settant’anni fa. «Se siete liberi, se siete onesti, dovete anche essere abbastanza forti e indipendenti per venire e per ascoltare. Ascoltare, non altro.»

3. E se fosse Dio ad avere nostalgia di me?

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Nel primo capitolo di questa lettera ho provato a raccontare quella nostalgia che, sotto ogni anestesia, sotto ogni distrazione, continua a bruciare nel cuore di chi si è allontanato. È come la nostalgia che si prova quando si è lontani da casa per troppo tempo: quella sensazione, a volte sopita, a volte acutissima, di sapere che esiste un luogo dove potremmo tornare ed essere accolti come se il tempo non fosse mai passato. Ora vorrei fare un passo ulteriore, un passo che ritengo decisivo per tutto ciò che resta da dire in questa lettera. È un semplice ribaltamento di prospettiva, ma capace di cambiare molto. In matematica la chiamano proprietà commutativa: cambiando l’ordine degli addendi, il risultato non cambia. Qui, invertendo il rapporto soggetto-oggetto, il risultato è tutt’altro che scontato, ed è, oserei dire, meraviglioso.

Caro amico, cara amica che ti sei allontanato: sono certo che nel profondo del tuo cuore abiti almeno un barlume di nostalgia di Dio. Ma sono altrettanto certo — e vorrei che questa certezza ti raggiungesse con la stessa dolcezza con cui l’ho accolta io — che è Dio stesso ad avere nostalgia di te. Non un Dio distante, che osserva con distacco le nostre vicende dall’alto, ma un Dio che, come ci ha ricordato Papa Francesco, «non è "tranquillo" se ci allontaniamo da Lui, è addolorato, freme nell’intimo; e si mette in movimento per venirci a cercare, finché ci riporta tra le sue braccia».

3. 1. C’è Qualcuno che continua a cercarti

Vorrei ora raccontarti il primo risvolto, concreto e insieme profondamente spirituale, di questa nostalgia che Dio ha di te. È semplice, ma cambia tutto: Lui continua a cercarti. Se tu, forse per scelta consapevole, forse semplicemente lasciando correre le cose, hai deciso di non dare più corda a quella nostalgia di Dio che abita il tuo cuore — se hai persino provato a soffocarla, a non lasciarle spazio — sappi che questo gesto Dio non lo compie mai nei tuoi confronti. Ricordi le prime parole di questa lettera? "Mi manchi", ti ho scritto, rivolgendomi a te che ti sei allontanato. Ecco, sono sicuro che siano le stesse parole che ha Dio nel cuore. Tu manchi a Lui. E nonostante questo, Lui non si tira mai indietro, di fronte a nulla di ciò che tu possa aver fatto o possa fare. Prova a immaginare la cosa più tremenda che ti venga in mente, il peccato più grave che tu possa concepire: nulla, dico nulla, può far desistere Dio dall’amarti.

Questo amore — e mi perdonerete se qui divento per un momento più tecnico, continuando però a partire dalla mia esperienza — Dio lo ha reso concreto, storico, definitivo, nella crocifissione del Figlio. È lì che si comprende fino a che punto sia disposto ad arrivare pur di raggiungerci: come diceva Papa Francesco, il Signore ci sta aspettando, ognuno di noi, per abbracciarci, “niente di più”, dicendoci: «Figlio, figlia, ti amo. Ho lasciato che crocefiggessero mio Figlio per te; questo è il prezzo del mio amore; questo è il mio, ndr. regalo di amore». Quell’immenso gesto d’amore, davanti al quale possiamo solo restare ammirati, è ciò che ci apre le porte del paradiso, ciò che dà senso alla nostra vita. E non trovi sorprendente, fermandoti a pensarci, che il senso della nostra vita nasca proprio da un atto d’amore così estremo?

Ti invito, un giorno qualunque dei prossimi, a fermarti per qualche istante davanti a un crocifisso. Se non ne hai uno in casa, ne troverai certamente uno in qualsiasi chiesa, con le porte sempre aperte. Guarda Cristo negli occhi, e poi chiediti, nell’intimo, senza fretta di rispondere: come posso non volere tutto questo amore? Come posso restargli lontano? Lungo il cammino francese di Santiago, nella chiesa di San Xoán a Furelos, in Galizia, si trova un crocifisso particolare, chiamato il “Cristo de la mano tendida”, il Cristo dalla mano protesa. In quella raffigurazione, il braccio destro di Cristo non è inchiodato al legno della croce: pur portando ancora i segni dei chiodi, è teso verso chi guarda. Mi colpisce profondamente questa immagine, perché racconta esattamente ciò che voglio dirti: Cristo ci tende la mano, sempre e comunque. Dalla croce, viene a cercarci. Viene a cercare te, che ti sei allontanato, mentre Lui, da quella croce, non se n’è mai andato.

Permettimi allora, caro amico, cara amica che ti sei allontanato, di provare — con tutta l’umiltà di un uomo, in maniera certamente più piccola e limitata — a proseguire nel mondo di oggi quella stessa missione di Cristo. Lui, dalla croce, viene a cercarti; il Padre non desidera altro; lo Spirito soffia e illumina il cuore di ogni battezzato, ed è proprio da lì, credo, che nasce quella nostalgia di Dio di cui abbiamo parlato. E la Chiesa, in questa stessa linea, fa altrettanto: non ti abbandona mai, anzi, viene a cercarti. Io ti vengo a cercare. Io ti aspetto, ti desidero, ho nostalgia di te. Non mi sto in alcun modo elevando al posto di Dio: so bene di essere solo un servo. Ma Cristo ha lasciato all’umanità la Chiesa, nata dal Suo cuore trafitto sulla croce e ha affidato la sua missione nel mondo a una struttura precisa, quella di Pietro e degli Apostoli, di cui i Vescovi sono oggi i successori. Ecco perché io, con la stessa voce con cui parlarono un tempo gli Apostoli, ti dico: ti aspetto, ti desidero, ho nostalgia di te. E più ancora rinnovo il mandato di Cristo: busso alla tua porta, ti vengo a cercare. Ti cerco continuamente, perché so che la tua casa è nel Padre. E se sei arrivato a leggere fin qui, forse, in fondo, lo sai anche tu.

3. 2. Li chiamò «perché stessero con lui»

Abbiamo visto insieme, nelle pagine precedenti, come Dio continui a cercarti, e come la Chiesa, sulla sua stessa strada, faccia altrettanto. Ora vorrei che ti fermassi un istante, con i tuoi tempi, con i tuoi modi, senza alcuna imposizione da parte mia, e ti lasciassi davvero raggiungere da queste parole. Non perché io, tuo Vescovo, supponga di conoscere ogni piega della tua storia: non ne ho la pretesa, né potrei averla. Ma perché sono certo, nel profondo, di una cosa: nessuno è escluso dall’amore di Dio, «ognuno di noi, con la propria storia, i propri errori e le proprie sofferenze, continua a essere prezioso agli occhi del Signore». E quando questa verità arriva davvero al cuore, la reazione più naturale che genera è il desiderio di tornare a Lui — ciascuno secondo il proprio passo, secondo il proprio sentire.

Questa risposta, a quella doppia nostalgia di cui ho parlato — la tua per Lui, la Sua per te — è, credo fermamente, la chiave per vivere pienamente la vita, la chiave per rimanere in Lui. E qui vorrei affidarti il versetto che, più di ogni altro, ha guidato questa lettera fin dal principio: il vangelo di Marco racconta che Cristo li chiamò «perché stessero con lui». Parla degli Apostoli, certo, ma parla anche a ciascuno di noi. “Li chiamò”: ancora una volta, il primo passo è di Cristo, che chiama. E in quella chiamata è già racchiuso il desiderio di una risposta vera, non teorica: il “perché”. Perché stessero con Lui.

Stare con Lui significa, innanzitutto, intraprendere una relazione personale. Stare con qualcuno vuol dire imparare a conoscerlo, fidarsi di lui, volergli bene, con il tempo e con la pazienza di ogni vera amicizia. Un amico, appunto, ma con un amore che va oltre ogni misura umana — non un’entità fredda, distante, indifferente alle nostre giornate. Non è questo che cerchiamo, non è questo in cui credo, e non è certamente questo che può salvare o cambiare una vita. Un amico, invece, sì.

Stare con Lui significa quindi seguirlo, e qui entra in scena la Chiesa, quella realtà visibile e spirituale insieme che Cristo ha voluto per il nostro tempo, perché continuasse a renderlo presente, infatti «il cammino che ci porta a Cristo passa attraverso la Chiesa». Ecco che stare con Lui significa incontrarlo nei sacramenti, che solo i ministri ordinati possono offrire, la via più diretta che abbiamo: incontrare la Sua amorevole misericordia nella riconciliazione, e la Sua gloria, dolorosa e insieme salvifica, nell’Eucaristia. Stare con Lui, infine, significa vivere orientati a restare con Lui per l’eternità, nel Regno dei Cieli.

Stare con Lui, però, richiede una vita intera, e non si smette di imparare nemmeno alla fine di essa. Stare con Lui è mettersi ogni giorno in cammino verso di Lui, senza mai credere di essere arrivati del tutto, sempre desiderosi di incontrarlo ancora. E questo cammino non segue i tempi che io posso stabilire, né quelli che tu puoi decidere: segue i tempi che il Signore, nella Sua sapienza, indica. Sono tempi che, a volte, hanno persino una loro ironia, perché credo che l’ironia sia, in un certo senso, la firma di Dio. Un detto popolare, affidato da generazioni alla tradizione orale, dice che Dio scrive dritto sulle nostre righe storte. Lasciamoci sorprendere, allora, da come Lui sa operare anche attraverso le nostre storture.

E se invece, arrivato quasi alla fine di questa lettera, ti accorgi che per te ho scritto a vuoto — che non condividi nulla, che non hai riconosciuto nulla di tuo in queste pagine — allora ti chiedo solo una cosa: non gettare questo scritto, ma riponilo in un cassetto. Forse, semplicemente, non è ancora il momento giusto della tua vita. Rispolveralo più avanti, che siano pochi giorni o molti anni: in ogni caso, sappi che Dio, comunque, ti aspetta.

Conclusione

Dio non si è mai allontanato da te

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Caro amico, cara amica: se sei arrivato fino a questa pagina, avrai ormai compreso quello che ho provato a raccontarti in tutte le righe precedenti. Ho scritto pensando a te che ti sei allontanato, ma ora è il momento di rovesciare, con chiarezza, la prospettiva. Perché anche se tu ti sei allontanato, Dio non si è mai allontanato da te. Non è una frase consolatoria: è una certezza che attraversa tutta la storia della salvezza. Dio lo ripete già nell’Antico Testamento, con parole di una tenerezza quasi disarmante: «Come posso lasciarti, Èfraim? Come posso abbandonarti, Israele? [...] Il mio cuore non me lo permette, il mio amore è troppo forte». E lo stesso amore, con la stessa fermezza, lo assicura per sempre: anche se una madre si dimenticasse del proprio bambino, «io invece non ti dimenticherò mai». Nella nuova alleanza, questa promessa non si affievolisce: Cristo stesso assicura di restare con noi «tutti i giorni, fino alla fine del mondo», la Lettera agli Ebrei ci ricorda che Egli non ci lascerà e non ci abbandonerà, e san Paolo, con parole che porto sempre nel cuore, scrive che nulla — né morte né vita, né presente né futuro — potrà mai separarci dal suo amore, perché «se siamo infedeli, Lui rimane fedele».

In questa immensa storia di salvezza, la tua vita e la mia sono inserite come due piccoli punti — piccoli, sì, ma meravigliosi, unici, irripetibili, fatti a immagine e somiglianza di Dio. E per ognuno di questi puntini, per il tuo in particolare, non genericamente per “l’umanità”, ma per te, con il tuo nome e la tua storia, Cristo ha dato la vita sulla croce. Non è dunque un puntino piccolo o insignificante, il tuo: è al centro del cuore di Dio. Comprendere questo, e — ancora di più — farne esperienza viva, credo possa darti la forza per ricominciare, per essere davvero felice. Non sentirti mai solo: non lo sei, e non lo sarai mai. Il Padre ti ha creato a sua immagine; il Figlio, il suo prediletto, ha dato la vita per salvare la tua; e lo Spirito continua, in questo istante stesso, a soffiare nella tua vita, silenzioso ma presente.

La Chiesa sarà sempre casa tua. Non casa d’adozione, ma casa di nascita: quella nascita a vita nuova che è stata sancita per te nel giorno del tuo battesimo, e che nessuna distanza, nessun tempo, nessuna scelta può davvero cancellare.

Torna quando vuoi. Torna quando il desiderio sarà maturato in te, con i tuoi ritmi, senza fretta, senza pressioni da parte mia. Io, insieme a tutta questa Chiesa che è anche la tua, ti aspettiamo — trepidanti, come si aspetta chi si ama — sulla soglia.

Postfazione

Agli addetti ai lavori

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Al termine di questa lettera, sento il dovere di consegnare un mandato preciso, maturato nel confronto con il Consiglio episcopale e con il Consiglio presbiterale: alcune priorità che chiedo a tutta la Diocesi di assumere come proprie, senza rimandare ancora. Ripartiamo dai sacramenti, prima di tutto: dalla Riconciliazione, che tante volte abbiamo lasciato ai margini della nostra pastorale, e dall'Eucaristia, fonte e culmine di tutta la vita cristiana, che nulla può sostituire. Ripartiamo dalla scelta di stare nella Chiesa, non per abitudine ma per convinzione, e dal coraggio di annunciare il Vangelo senza timidezza. Chiedo che si abbia cura della liturgia, perché sia bella, curata, capace di parlare; e chiedo che si continui, con rinnovato slancio, sulle tracce di san Francesco d'Assisi, sul cui esempio tante iniziative della nostra Diocesi si sono giustamente concentrate in questo tempo. Chiedo che i ragazzi non siano più semplici destinatari delle nostre attenzioni, ma protagonisti responsabili: è a loro, e alle loro famiglie, che affidiamo, in buona parte, il futuro di questa Chiesa, ed è tempo che lo sappiano e che lo vivano.

Chiedo infine che ogni parroco, religioso, collaboratore, ufficio o addetto ai lavori, coniughi quanto finora scritto e lo renda fecondo secondo il proprio carisma, nella propria missione.

E chiedo un ultimo passaggio, forse il più importante: che questa lettera non resti chiusa in un cassetto o dimenticata su un tavolo. Se l'avete tra le mani, magari trovata in fondo alla vostra parrocchia, vi domando di leggerla fino in fondo, e poi di farla arrivare a qualcuno a cui pensate possa fare bene: a chi si è allontanato, a chi non entra in chiesa da anni, a chi porta dentro di sé, forse senza saperlo, quella nostalgia di Dio di cui ho provato a scrivere. Non affido questo compito soltanto ai sacerdoti o agli operatori pastorali, ma a ognuno di voi: fate che questa lettera cammini con le vostre gambe, entri nelle case, raggiunga chi non l'avrebbe mai cercata da solo. È così che una parola scritta diventa, davvero, un annuncio vissuto.




Dato a Biella, presso la Sede Vescovile, il 15 agosto 2026, Solennità dell’Assunzione della B. V. Maria, nell’ottavo anno di episcopato.

✠ Roberto Farinella
per grazia di Dio e della Sede Apostolica
Vescovo di Biella



«Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita — la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi —, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena.»

1Gv 1,1-4


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