Testimoni della fede

Testimoni della fede

Beato Pier Giorgio FRASSATI

Beato Pier Giorgio FRASSATI

 

Beato Pier Giorgio Frassati

Pier Giorgio nasce a Torino il 6 aprile 1901. Sua madre Adelaide Ametis era pittrice. Suo padre Alfredo, aveva fondato il quotidiano liberale "La Stampa" di cui era proprietario e direttore; amico di Giolitti , fu senatore del Regno e Ambasciatore in Germania.

Terminati gli studi elementari, Pier Giorgio frequenta assieme alla sorella Luciana, minore di un anno, la scuola "Massimo D'Azeglio" a Torino. Passa poi all'Istituto Sociale retto dai padri Gesuiti; si iscrive alla Congregazione Mariana, all'Apostolato della Preghiera e inzia la pratica della Comunione quotidiana che manterrà per tutta la vita. L'Eucarestia e la Vergine Maria , venerata da lui particolarmente nel Santuario di Oropa e alla Consolata di Torino, diventano i due poli della sua devozione. A 17 anni si iscrive alla Confraternita del Rosario di Pollone e a Torino diventa socio delle Conferenze di San Vincenzo , dedicando la maggior parte del suo tempo libero ai poveri, agli ammalati, agli orfani, ai reduci. Nel 1918 si iscrive ad Ingegneria industriale mineraria al Politecnico di Torino. "Sarò ingegnere minerario - diceva ad una amico - per poter ancora di più servire Cristo tra i minatori". Gli studi  non gli impediscono l'attività politica e sociale. Milita nella FUCI e nella Gioventù Cattolica. Nel 1920 si iscrive al Partito Popolare Italiano , appena fondato da Don Sturzo."La carità non basta ci vogliono le riforme sociali" diceva impegnandosi in tutt'e due.

La carità è sempre stata la dominante della vita di Pier Giorgio. Essa non consisteva nel dare qualcosa agli altri, ai soli, ai bisognosi ma nel dare tutto se stesso. Questa carità era nutrita dalla Comunione quotidiana, dal rosario che portava sempre in tasca, dalle adorazioni notturne.

Nel 1920 segue il padre a Berlino. Qui frequenta circoli di cui fanno parte studenti e operai insieme. Questa esperienza lo entusiasma e nel 1921 a Ravenna , al I° Congresso della Pax Romana e X Congresso della FUCI , propone , senza successo, la fusione con la Gioventù Cattolica. A Roma , durante una grande manifestazione della Gioventù Cattolica , difende con coraggio la bandiera del suo circolo dall'assalto delle guardie Regie e viene arrestato.

L'alpinismo era una sua grande passione. Si iscrive al CAI ed alla "Giovane Montagna". Le escursioni che organizzava con i "Tipi Loschi" erano anche occasioni di apostolato.

Gli scritti di Santa Caterina da Siena e gli accesi discorsi di Savonarola , di cui era ammiratore , lo spinsero ad entrare nel 1922 nel terz'ordine domenicano col nome di Frà Girolamo.

Due mesi prima della laurea, la sua esuberante giovinezza viene stroncata in cinque giorni di sofferenze da una poliomelite fulminante, contratta molto probabilmente nell'assistere i malati. Muore a Torino il 24 luglio 1925. I funerali celebrati nella parrocchia della Crocetta , con la partecipazione di una folla di gente sconosciuta alla famiglia , hanni rivelato chi era veramente Pier Giorgio.

La salma viene tumulata nella tomba di famiglia nel cimitero di Pollone. Su questa tomba nel 1989 , Giovanni Paolo II si reca a pregare per "rendere omaggio ad un giovane che ha saputo testimoniare Cristo con singolare efficacia". Il 20 maggio 1990, in Piazza San Pietro, il Papa beatifica "l'uomo delle otto beatitudini". Le spoglie mortali vengono trasferite dal cimitero di Pollone al Duomo di Torino.

 

 
Beato Agostino DE FANGO

Beato Agostino DE FANGO   versione testuale

 

Beato Agostino da Biella Domenicano
(fonte www.santiebeati.it)
 
Biella, 1430 - Venezia, 22 luglio 1493
 
 
Della nobile stirpe dei Fango, Agostino da Biella, nacque nel 1430 ed entrò giovanissimo nel convento domenicano della sua città. Fu colpito da una malattia che coprì di piaghe tutto il suo corpo, già esausto dalle penitenze. Visitava assiduamente i malati, portando la sua parola e la sua inesauribile carità e dedicava lungo tempo alla confessione. Ebbe il dono dei miracoli e, mentre era priore a Soncino, in Lombardia, restituì la vita a un bimbo morto senza il battesimo. Fu Priore in diversi conventi, dove sostenne o restituì la regolare osservanza che, in quel secolo, rifioriva nelle diverse Province per merito di tanti zelanti religiosi. Morì il 22 luglio 1493 nel convento di San Domenico di Venezia. Dopo aver ricevuti i Sacramenti, si alzò in ginocchio sul letto esclamando: «Sia lode a Dio, sia lode all'Altissimo!». È stato beatificato da Pio IX il 5 settembre 1872 e le sue spoglie riposano nella parrocchia di San Giacomo a Biella-Piazzo.
 
Etimologia: Agostino = piccolo venerabile, dal latino
 
Martirologio Romano: A Venezia, beato Agostino da Biella Fangi, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che dispensò molti beni a Soncino, a Vigevano e a Venezia. 
 
 
Agostino Da Biella, della nobile stirpe de Fango, vesti l’Abito domenicano nel Convento di Biella, da poco eretto. Fu anima di grande innocenza, dedita ad asprissima penitenza. La sua generosa mortificazione fu premiata col dono di un’altissima contemplazione. Niente valeva a distrarlo dall’interno raccoglimento; neppure i più acuti dolori. Come Giobbe fu colpito da una malattia che coprì di piaghe tutto il suo corpo, già esausto dalle penitenze. Quando il chirurgo gli praticò nella viva carne profonde incisioni, era talmente insensibile a tutto ciò, che se ne meravigliò lo stesso dottore. Svolse per tutta la vita, nel segreto del confessionale, il più prezioso ministero, e fu questa la sua predicazione. Direttore di anime, dotto e santo, il suo solo esempio incitava alla virtù. Visitava assiduamente i malati, portando la sua illuminata parola e la sua inesauribile carità. Ebbe il dono dei miracoli, e mentre era Priore a Soncino, restituì la vita a un bimbo morto senza il battesimo. Ebbe anche grande potestà sui demoni. Fu Priore in diversi conventi, dove sostenne o restituì la regolare osservanza che, in quel secolo, rifioriva nelle diverse Provincie per merito di tanti santi e zelanti religiosi. Agostino morì il 22 luglio 1493 nell’osservantissimo Convento di S. Domenico di Venezia. Dopo aver ricevuti tutti i Sacramenti, si alzò in ginocchio sul letto esclamando: “Sia lode a Dio, sia lode all’Altissimo!”. La chiesa dei Santi Giovanni e Paolo ne conservò le reliquie dal 1920 al 1973, quando vennero definitivamente traslate nella parrocchia di San Giacomo a Biella-Piazzo. Il Beato Papa Pio IX il 5 settembre 1872 ha confermato il culto.
 
 
Autore: Franco Mariani
Beato GARBELLA di MOSSO (Beato Giovanni da VERCELLI)

Beato Giovanni GARBELLA di MOSSO (Beato Giovanni da VERCELLI)

 Beato Giovanni Garbella da Vercelli Sacerdote domenicano

(fonte www.santiebeati.it)
 
Mosso Santa Maria, Vercelli, 1205 circa - Montpellier, Francia, 30 novembre 1283
 
Nato nei primi anni del sec. XIII a Mosso Santa Maria (Vc), conseguita brillantemente la laurea in diritto romano e canonico a Parigi, insegnò a Parigi e poi a Vercelli. Qui nel 1229 entrò nell'Ordine dei Predicatori su consiglio del Beato Giordano di Sassonia e fondò un convento di cui fu anche priore. Ricoprì diversi incarichi e dal 1264 fu Maestro dell'Ordine. In questa qualità provvide alla decorosa sistemazione della tomba di San Domenico. Fu operatore di pace tra le città italiane, legato papale in Francia e in Castiglia e consigliere di papa Clemente IV. Religioso austero e paterno, attese al consolidamento dell'Ordine. Fu legato da profonda amicizia con San Tommaso d’Acquino, di cui venerò la memoria e seguì la dottrina. Fu sempre sereno nelle difficoltà della vita, convinto che Dio è onnipotente ed è nostro amico. Morì a Montpellier il 30 novembre 1283.
 
Martirologio Romano: A Montpellier in Provenza in Francia, beato Giovanni da Vercelli Garbella, sacerdote, che, Maestro Generale dell’Ordine dei Predicatori, raccomandò intensamente nella predicazione la devozione al Nome di Gesù. 
 
 
Giovanni Garbella nacque a Mosso Santa Maria, nei pressi di Vercelli in Piemonte, nel 1205 circa. Conseguì brillantemente la laurea in diritto romano e canonico a Parigi, ove insegnò, prima di far ritorno a Vercelli, sempre come insegnante. Entrò nell’Ordine dei Frati Predicatori nel 1229, assumendo il nome di Giovanni da Vercelli, conquistato dalla persuasiva eloquenza del Beato Giordano di Sassonia, successore di San Domenico. Ricevette la sua formazione religiosa nel convento di Bologna, ove sulla tomba del glorioso patriarca attinse un indomabile zelo ed una robusta santità, che fecero di lui una delle più belle e caratteristiche figure di domenicano. La prudenza e la fermezza, l’energia e la più amabile moderazione, l’amore ardentissimo di Dio e delle anime, fecero sì che riuscisse ad adattarsi mirabilmente alle più delicate e difficili mansioni, dentro e fuori dell’Ordine.
Fondò un convento in Vercelli, del quale fu priore. Papa Innocenzo IV ed i suoi successori nutrirono in lui illimitata fiducia e sin nella più tarda età gli affidarono importantissimi e spinosi incarichi. Fu Ambasciatore a Venezia, Genova, Pisa, Firenze, Bologna. In quest’ultima città fu anche priore del convento domenicano. Legato Pontificio alle corti di Francia e Castiglia, fu consigliere di Papa Clemente IV. Intraprese una grande opera di pacificazione tra le repubbliche italiane ed i sovrani europei e fu uno dei più attivi organizzatori della Crociata. Non gli mancò molto per essere chiamato ad ascendere al soglio pontificio, tanta era la stima di cui godeva universalmente.
Nel 1264 Giovanni fu eletto sesto maestro generale dell’Ordine dei Predicatori, ufficio in cui si distinse per diciannove anni, mantenendolo nel suo splendore e consolidando l’opera dei suoi predecessori. In questa veste provvide alla decorosa sistemazione della tomba di San Domenico. Visitò continuamente le più lontane Provincie ed i suoi interminabili viaggi a piedi sono infatti rimasti leggendari. Giovanni era abbastanza piccolo di statura, infatti nella sua prima lettera ai confratelli si descrisse come un “povero ometto”, ma pieno di energia, instancabile nelle sue visite e nelle riforme dei monasteri domenicani d’Europa. Durante i suoi viaggi rispettò comenque sempre tutti i digiuni prescritti dalla Chiesa e dal suo ordine. Monumento imperituro della sua sapienza sono le 21 Lettere encicliche conservate negli Atti dei Capitoli Generali.
Quando fu eletto papa nel 1271, il Beato Gregorio X incaricò Giovanni ed i suoi frati di farsi portatori di pace fra gli stati italiani in conflitto fra loro. Tre anni dopo gli fu commissionato uno schema per il secondo concilio di Lione, in cui conobbe Giovanni d’Ascoli, successore di San Bonaventura quale ministro generale dei francescani e poi papa con il nome di Nicola IV. Insieme scrissero una lettera indirizzata all’intero ordine dei frati. Successivamente la Santa Sede li inviò entrambi quali mediatori tra i sovrani Filippo III di Francia ed Alfonso X di Castiglia, occasione che permise a Giovanni di rivelarsi valido negoziatore e fautore di pace.
Da alcuni anni era ormai cessata l’Inquisizione seguita alla campagna di Simone di Montfort contro i catari. Papa Gregorio X scelse allora nuovamente Giovanni da Vercelli per curare la divulgazione del culto del nome di Gesù, soluzione che il concilio di Lione aveva individuato onde riparare all’eresia degli albigesi. In tal senso Giovanni indirizzò tutti i priori provinciali e si decise di erigere un altare dedicato al Santo Nome di Gesù in ogni chiesa domenicana e di attivarsi contro la blasfemia e la profanità. Nel 1278 inviò un ispettore in Inghilterra, ove alcuni frati stavano attaccando gli insegnamenti di San Tommaso d’Aquino, che era stato suo amico, e due anni dopo si recò personalmente ad Oxford per tenere un capito generale e difenderne la dottrina.
Più volte Giovanni rifiutò l’episcopato ed una curia a Roma, ma avrebbe desiderato rinunciare anche al generalato del suo ordine. Fu però indotto a mantenere tale incarico sino alla morte. Spirò il 30 novembre 1283 nel convento di Montpellier, in Francia. Le sue reliquie, deposte nella locale chiesa dei domenicani, furono disperse dagli eretici nel XVI secolo. Il Sommo Pontefice San Pio X il 7 settembre 1903 confermò il culto tributato “ab immemorabili” al Beato Giovanni da Vercelli. Ancora oggi è commemorato dal Martyrologium Romanum nell’anniversario della morte, mentre l’Ordine dei Predicatori lo festeggia al 1° dicembre.
 
 
Autore: Fabio Arduino
Beato Pietro Levita

Beato Pietro Levita

 







Beato Pietro Diacono (Levita)
(www.santiebeati.it)
 
m. 30 aprile 605
 
Etimologia: Pietro = pietra, sasso squadrato, dal latino
 
Martirologio Romano: A Roma, beato Pietro Levita, che, monaco sul Celio, per mandato del papa san Gregorio Magno, amministrò con saggezza il patrimonio della Chiesa di Roma e, ordinato diacono, servì con fedeltà il pontefice. 
 
 
Il B. Pietro Levita (Diacono) nacque nella metà del secolo VI. Secondo una radicata tradizione ed in base ai codici liturgici medievali conservati nell’Archivio Capitolare di Vercelli, apparteneva alla famiglia Bulgaro, feudatari di Vittimulo, dal cui castello ebbe origine l’attuale paese di Salussola (diocesi di Biella). Quand’era ancora giovane sarebbe andato a Roma per perfezionare gli studi (in realtà però Roma potrebbe essere stata la sua città natale). 
La potenza dell’Impero Romano era un lontano ricordo, da due secoli erano cessate le persecuzioni contro i cristiani ma erano numerosi i movimenti eretici e imperversavano le scorribande dei barbari. Mentre era studente di lettere e filosofia Pietro conobbe il futuro S. Gregorio Magno, monaco secondo la Regola Benedettina, più grande d’età di qualche anno. Nacque una profonda amicizia e anche Pietro si fece religioso. Venne nominato cardinale nel 577 da Benedetto I, il termine però non aveva il significato attuale: era cardinale infatti il religioso "incardinato" in una chiesa principale per lo svolgimento di importanti servizi.
Gregorio fu eletto papa il 3 settembre 590 e tra le sue prime decisioni ci fu quella di inviare Pietro, divenuto suddiacono, in Sicilia come suo Vicario. Nell’isola Gregorio aveva fondato diversi monasteri e il patrimonio della Chiesa era considerevole. La prima lettera del nutrito epistolario del sommo pontefice, che oggi possediamo, fu indirizzata a tutti i vescovi siciliani per presentare il suo Vicario, ne seguirono altre di cui molte indirizzate direttamente a Pietro. Quando parla di lui le espressioni sono molto lusinghiere, apprendiamo anche che il suo fisico era mingherlino. Nelle lettere, a volte ironiche, si discuteva di problemi pratici: confini di terreni, donazioni, usura, tangenti, assistenza ai poveri, vigilanza sui costumi del clero, costruzione di chiese e affidamento di cariche ecclesiastiche. Non mancavano rimproveri oppure ordini da eseguire con sollecitudine; dalla Sicilia lo Stato della Chiesa si riforniva di grano, la cui mancanza poteva causare tumulti e sommosse. Pietro stette nell'isola dal 590 al 592, con residenza principale probabilmente a Siracusa. Ricoprì lo stesso incarico in Campania per un anno, poi si stabilì definitivamente nella capitale e venne nominato Diacono. 
Nel Proemio dei Dialoghi di S. Gregorio apprendiamo che, un giorno, questi si ritirò in un luogo solitario, probabilmente il Monastero di S. Andrea al Celio. Rammaricato e stanco dei gravosi impegni di Pastore della Chiesa, ricevette il conforto dell’amico Pietro definito “dilettissimo figlio e carissimo compagno in santo studio”, “singolare amico fin dalla sua prima gioventù”. Grande doveva essere la saggezza di Pietro per accogliere le confidenze del pontefice. Divenne suo segretario, collaborando alla stesura delle opere per le quali Gregorio sarà chiamato Magno. Dagli antichi biografi di Gregorio (il diacono Paolo che scrisse nel secolo VIII e il diacono Giovanni che scrisse invece nel secolo successivo) apprendiamo un episodio molto importante della vita del nostro Beato. Quando Gregorio dettava e Pietro scriveva erano separati da una tenda. Un giorno Pietro, stupito dalla velocità con cui il papa esponeva i dogmi della dottrina cristiana, guardò oltre la tenda e scoprì che era lo Spirito Santo, sotto forma di colomba, che suggeriva all’orecchio del pontefice le verità della fede. Pietro promise che avrebbe mantenuto il segreto a costo della vita.
Il papa morì il 12 marzo 604 confidando, poco prima, al fedele segretario che avrebbero cercato di distruggere le sue opere. Pietro lo rassicurò che in tutti i modi l'avrebbe impedito. Il pericolo diventò concreto un anno dopo, durante una sommossa popolare causata dalla carestia. Si era diffusa la notizia che Gregorio aveva impoverito la Chiesa per la sua eccessiva prodigalità verso i poveri. Pietro difese gli scritti dal rogo rivelando come fossero stati ispirati divinamente: era pronto a giurare sulla Sacra Scrittura, dal pulpito della Basilica Vaticana. Se fosse morto all’istante quella era la verità. In una basilica gremita Pietro mantenne la promessa stramazzando al suolo come colpito da un fulmine, era il 30 aprile 605. Il glorioso gesto di Pietro salvò un patrimonio che è oggi di tutta la cristianità. 
Venne sepolto presso il campanile della Basilica, poco distante dal suo grande maestro; acclamato santo la memoria fu stabilita nel Martirologio al 12 marzo. Il culto si diffuse anche in terra vercellese, insieme al desiderio di possedere le sue reliquie. Tale desiderio divenne così forte che, due secoli dopo, i suoi resti furono sottratti e misteriosamente condotti nel castello di Salussola. Nonostante la venerazione se ne perse però ogni traccia un secolo dopo, quando il castello cadde in rovina. Nel 960 una pia donna del luogo, discendente dei Bulgaro, ebbe una visione e l’impulso di cercare le dimenticate spoglie. L’urna fu ritrovata dopo diversi giorni di lavoro, il Vescovo Ingone dei marchesi d’Ivrea riconobbe le reliquie come autentiche. Si costruì una chiesa per dare loro una degna collocazione e sorse un cenobio benedettino. Intorno all’anno Mille la festa era celebrata in tutta la diocesi, fino al 1575 col Rito Eusebiano. 
A Roma il furto delle reliquie fu scoperto da Clemente VIII solo agli inizi del ‘600. Sistemando le reliquie di S. Gregorio Magno nel nuovo altare in S. Pietro a lui dedicato, si voleva ricongiungerle con quelle del fidato segretario. Si indirizzò una lettera al vescovo di Vercelli, Monsignor Ferreri, in data 15 marzo 1600, affinché si facesse chiarezza sulla sottrazione. Il presule piemontese confermò che le reliquie erano venerate a Salussola e convinse il papa a desistere dal suo proposito di riaverle a Roma. Il culto era ormai esteso ai paesi vicini che invocavano Pietro soprattutto durante le pestilenze. 
Nel 1782 l’Ordine dei Girolamini, che erano subentrati ai Benedettini nella custodia del monastero del B. Pietro, fu soppresso e la chiesa venne sconsacrata. Il Vescovo di Biella fece una ricognizione delle ossa che furono trasportate definitivamente nella Parrocchia. Iniziato subito il processo per la conferma del culto “ab immemorabili”, vi lavorò poi anche don Davide Riccardi che diverrà Cardinale Arcivescovo di Torino. L’approvazione di Pio IX arrivò il 3 maggio 1866 mentre si diffondeva l’errata iconografia del Beato in abiti cardinalizi. 
Nel 1945 si costruì un oratorio, vicino al luogo in cui sorgeva l’antico monastero, per sciogliere un voto fatto dai cittadini di Salussola durante la Prima Guerra Mondiale. La festa patronale si celebra con solennità e grande devozione la prima domenica di maggio, ogni anno giunge da Olcenengo un pellegrinaggio per un voto fatto dalla comunità nel lontano 1484. Per tradizione ultramillenaria a Salussola viene indicato anche il luogo in cui sorgeva la sua casa natale. 
 
 
PREGHIERA
 
Suscita, Signore, nella tua Chiesa 
lo spirito di servizio da cui fu animato il diacono Pietro: rinvigoriti dallo stesso spirito, 
ci sforziamo di amare ciò che Egli amò 
e di tradurre nelle opere il suo insegnamento.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.
 
 
Autore: Daniele Bolognini
Venerabile don Oreste FONTANELLA

Venerabile don Oreste FONTANELLA

 

Venerabile Oreste Fontanella Sacerdote

(fonte www.santiebeati.it)
 
Strona Biellese, Biella, 1° dicembre 1883 - Biella, 26 marzo 1935
 
Don Oreste Fontanella, sacerdote della diocesi di Biella in Piemonte, fu rettore del seminario diocesano morì in fama di santità. E’ sepolto nella cripta del seminario. La sua causa di canonizzazione, introdotta il 12 luglio 1982, ha portato sino ad oggi al riconoscimento del titolo di “venerabile” da parte del papa Giovanni Paolo II il 21 dicembre 1991. 
 
 
Nasce a Strona il 1° dic. 1883 da Federico, panettiere del paese e da Desolina Calvino-Prina. Le Suore del B. Federico Albert, durante la permanenza all'asilo infanti­le, e poi il maestro elementare Pacifico Cesa, aprono il fanciullo al senso di Dio ed ai valori della solidarietà umana. A nove anni gli muore la madre (1892) e l'anno seguente il padre emigra in Australia; è affidato ai nonni insieme ai suoi due fratelli minori. La vita di Oreste Fontanella è immersa nelle trasformazioni, nei progressi ma anche nelle lotte e nei traumi che il processo di industrializzazione nelle sue varie fasi ha prodotto nella vita economica, sociale, ma soprattutto religiosa del biellese, caratterizzato da un forte movi­mento liberale nell'800 e socialista nel '900. Nell'ott. 1896 entra come alunno nel seminario di Biella e vi esce ordinato prete (al santuario di Oropa) nel 1907. Dal 1907 al 1909 è viceparroco a Strona, suo paese natale, dove è all'origine di un risveglio religioso. Du­rante la sua formazione in seminario, una influenza tutta particolare sul F. aveva esercitato un giovane direttore spirituale di grande valore, il can. Giuseppe Botta (1874-1970), Proprio al can. Botta don F. fu chiamato a succedere, nel 1909, a soli 26 anni, come direttore spirituale e in questa mansione consumerà, con una dedizione totale, tutta la sua vita (salvo la breve parentesi di soldato in un ospedale militare di Torino, durante la guerra 1915-18). Fu un direttore spirituale nato: capace di proporre le più esigenti mete del Vangelo affascinando gli alunni. Uomo intuitivo, più portato all'azione che allo studio, segui, nel metodo della sua direzione spirituale, s. Francesco di Sales, il cui culto ha una tradizione antica nel clero biellese. La figura del F. è caratterizzata da un singolare connu­bio, di mitezza e di forza, che si manifesta come una costante nei 26 anni di direzione spirituale. Si deve principalmente a lui se, nel 1919, il seminario di Biella, già trasformato in ospedale militare e ridotto in cattive condizioni, sia nello spirito che nella disciplina, si risollevò. In un'altra grave prova, il seminario fu coin­volto negli anni trenta: il fallimento (1927) del Credito Biellese, banca nata per sostenere le opere cattoliche, aveva impoverito le istituzioni diocesane; il seminario era povero più d'ogni altra. L'economia del seminario venne allora gestita con metodi duramente e rigidamen­te economici, che rischiarono di soffocare la possibilità di creare quell'ambiente, povero si, ma caldo e familiare, che è indispensabile perché un ragazzo cresca. Ciò che l'istituzione-seminario non poteva dare, E lo diede giorno e notte con carità eroica, pagando di tasca propria e di persona. Uomo dotato dell'«istinto del si», non c'è forse parrocchia della diocesi a cui non abbia portato la sua opera di predicatore e di formatore di coscienze. Al momento della morte, 26 mar. 1935, e dei funerali, emerse la fama di santità di cui già in vita era circondato. Dal 1957 al 1965 si è svolto a Biella il processo informativo ordinario. La sua salma è deposta nella cripta del seminario.
 
 
Autore: Angelo Stefano Bessone
don Antonio FERRARIS

don Antonio FERRARIS

 

Profilo
Uomo di Dio, fratello di tutti 
 
Una delle più importanti figure biellesi del dopoguerra. 
 
E’ una domanda più che legittima per i più giovani. Chi era don Antonio Ferraris.? 
Nasce a Ronco Biellese il 26 Novembre del 1906 da una famiglia originaria di Villanova formata da 
mamma Maria Crovella, da papà Germano e da una sorella, Rita. 
Nel 1908 la famiglia si trasferisce a Pettinengo dove nasceranno i fratelli Mario (1909) e Giuseppe 
(1912). Il percorso di formazione alla vita sacerdotale è segnato in modo forte dall’incontro con il 
direttore spirituale don Oreste Fontanella. Viene ordinato sacerdote il 19 Aprile del 1930. Nello 
stesso anno è Segretario dell’Ufficio Amministrativo Diocesano e Vice parroco a Lessona. 
Nel 1937 è incaricato della Direzione Spirituale del Seminario e diventa Assistente diocesano della 
Gioventù Femminile di Azione Cattolica. Negli anni della guerra si impegna a fondo con il Vescovo 
Rossi nell’assistenza alle popolazioni, per favorire lo scambio di prigionieri e per la risoluzione di 
molteplici momenti di tensione. Da questa esperienza scaturisce il volume, pubblicato con lo 
pseudonimo di Quidam,”Sacerdoti biellesi nella bufera”. 
Nel 1946 diventa Direttore dell’Ufficio Amministrativo Diocesano, insegnante in Seminario e 
Delegato Vescovile per l’Azione Cattolica e per le Opere Diocesane. 
E’ uno degli animatori decisivi della Peregrinatio Mariae del 1949. Nel 1953 è nominato direttore 
dell’Ospizio di Carità. Sono gli anni dell’immigrazione veneta e poi di quella del sud Italia: don 
Ferraris diventa l’anima di uno stile di accoglienza e di aiuto alle popolazioni provate da alluvioni e alla ricerca di un nuovo futuro. Cura in modo particolare la formazione di laici e laiche pronti ad 
assumere direttamente, con spirito di servizio, responsabilità sindacali e amministrative e nel 
campo dell’associazionismo. Nel 1954 diventa Rettore del Seminario Maggiore e pro Vicario Generale. 
Nel 1960 assume la Presidenza dell’ amministrazione del giornale “Il Biellese”. 
Nel 1967 è nuovamente Pro Vicario Generale e nel 1970 diventa Vicario Generale di mons. Carlo Rossi. Nel 1972 è confermato Vicario Generale da mons.Vittorio Piola. Nel 1973 riceve la cittadinanza onoraria della Città di Biella per i meriti acquisiti nella Resistenza. 
Non dimentica mai la cura della formazione del laicato raggiungendo periodicamente, attraverso 
l’Azione Cattolica, le comunità parrocchiali della Diocesi, partendo dalle più piccole. 
Grazie a lui nell’immediato dopoguerra viene posto il seme da cui nascerà la Parrocchia del 
Villaggio Lamarmora con la comunità, la chiesa e le opere parrocchiali. 
 
Il 3 giugno 1985 alle 16,30 chiude la sua preziosa giornata. 
Dopo i solenni funerali presieduti da mons.Bettazzi,Vescovo di Ivrea, la salma viene sepolta nella 
tomba della famiglia materna al cimitero di Chiavazza. Dal 4 marzo 2012 la sua salma riposa presso la chiesa parrocchiale del Villaggio Lamarmora.
Guido ACQUADRO

Guido ACQUADRO

Guido Acquadro Giovane laico
(fonte www.santiebeati.it)
 
Testimoni
 
San Giuseppe di Casto, Biella, 30 dicembre 1912 - 29 aprile 1933 
 
 
Da umile famiglia, il 30 dicembre 1912, a San Giuseppe di Casto (Biella), nasce Guido Acquadro. Dai suoi genitori, riceve luminosa educazione cristiana. Sono gli anni della 1ª guerra mondiale e la sua fanciullezza è tutt’altro che facile.
Il suo primo giorno di festa nella vita è il 16 aprile 1919, quando a sette anni, neppur compiuti, accoglie nella sua anima per la prima volta Gesù Eucaristico. Si era preparato a quel primo incontro, dice il suo biografo, come un angelo. Da allora, Gesù Eucaristico è il suo grande Amico: lo riceve sempre più spesso, e presto ogni giorno, preparato dalla Confessione frequente e regolare, dalla preghiera e da un’intensa vita cristiana. Nel medesimo anno, il 19 agosto, Guido, giovanissimo riceve la Cresima dal Vescovo di Biella, Mons. Giovanni Garigliano.
 
Nell’Azione Cattolica
A scuola, in mezzo ai compagni e anche tra gli adulti che incontra, testimonia Gesù. Si affida alla Madonna e comincia a recarsi a pregarla intensamente al vicino Santuario di Oropa. Un giorno, scrivendo a un amico, tutto rinfrancato dalle due visite a Oropa, gli dirà: “Lassù ho pregato per te e ho pensato di portarti un piccolo Rosario. È il regalo migliore che io sappia fare a un amico caro. Impara, se non lo sai ancora, a recitare bene il Rosario, affinché la Madonna ti aiuti a vivere bene e a fare del bene e a morire bene, quando sarà la nostra ora. La preghiera, il Rosario, dà la forza per combattere e vincere le tentazioni e superare tutte le difficoltà”.
Guido, il Rosario, ha imparato a dirlo fin da bambino e lo offrirà alla Madonna per tutta la vita.
Il 1º novembre 1923, la famiglia di Guido ritorna a Prolungo S. Eurosia e vi si stabilisce. Prolungo sarà la parrocchia di Guido, il luogo del suo apostolato. Un pomeriggio di domenica del novembre 1923, sulla piazza della chiesa, incontra Alfonso Mosca, presidente del Circolo giovanile di Azione Cattolica “Contardo Ferrini”, che diventa suo amico e lo avvia all’apostolato nella vita e nell’associazione.
Accolto nell’Azione Cattolica, si distingue per il suo stile di fede e di intensa operosità apostolica. Gli costa sacrificio, sempre di più, anche, perché finite le elementari, presto le sue giornate passano nel lavoro dal mattino alla sera. Sarà, come operaio, nel suo ambiente di lavoro, ciò che il suo conterraneo, Pier Giorgio Frassati, era stato nell’ambiente dello studio e della cultura.
Nel novembre 1926, incontra per la prima volta, don Augusto Viotto, andato a predicare a Prolungo. Il futuro assistente diocesano di Azione Cattolica gli apre gli orizzonti nuovi di luce e di impegno e di santità nel mondo. Nel 1929, sarà il suo direttore spirituale. Di Guido Acquario, don Viotto scriverà la bella biografia, oggi introvabile, che lo delinea come giovane cattolico, ricco di fede, di preghiera, purezza, amore a Gesù Eucaristico e alla Madonna.
A soli 16 anni, nel 1928, Guido è segretario dell’Associazione, impegnandosi in un attivo apostolato della parola, dell’azione, della preghiera e dell’esempio. Gli vengono affidati, nello stesso anno, i più piccoli, gli “aspiranti”: è catechista e trascinatore in mezzo a loro, alla sequela di Gesù. Si specchia nella loro innocenza e li forma al sacrificio per Gesù. I “suoi” ragazzi ne sono affascinati, nel vederlo tanto giovane – uno di loro in fondo – ma così slanciato verso le vette della santità.
 
Apostolato epistolare
La sua biografia riporta stupendi brani delle sue lettere ai ragazzi, agli amici, a diverse persone. Dà vita così a un meraviglioso apostolato epistolare, che rivela la sua anima e il suo lavoro per portare Gesù ai fratelli: “Quando in fabbrica si tengono cattivi discorsi (era il suo ambiente di lavoro), io mi metto a canterellare qualche lode in onore della Madonna. Comunque, penso e prego il Signore e divento così assorto che non sento più nulla di quanto avviene attorno a me. Senza accorgermene, lavoro più in fretta e meglio”.
“Sii sempre allegro e non lasciarti turbare quella gioia che rende così bella la vita. Sta’ con il Signore. Chi è con Lui, nella grazia, riceve tanta forza, per sopportare con gioia le avversità e non venir meno ai suoi doveri: e per questo è allegro”.
“Cerca di farti dei meriti perché il tempo passa veloce e di giorno in giorno si avvicina sempre più l’ultima ora”. “Che c’è di più bello che vivere, lavorare e morire per il Signore?”.
Allora i ragazzi venivano educati al senso della presenza continua di Dio, alla consapevolezza di dover rendere conto a Lui, all’impegno di evitare a tutti i costi il peccato – e l’inferno cui il peccato conduce – e a guadagnarsi il Paradiso. Così si educavano i santi. Guido sperimenta la precarietà della sua esistenza, anche se ha solo 20 anni.
In una lettera di fine 1932, scrive: “Anche se mi sento un po’ malaticcio, tuttavia sono sempre sereno. Quando sono un po’ turbato, rivolgo la mente a Dio e provo un grande conforto”. Nella primavera del 1933, i reumatismi di cui soffre da qualche tempo, lo colpiscono con violenza.
 
Incontro a Lui
Le cure del tempo sono scarse. Il 18 aprile 1933, si mette a letto, sicuro di non alzarsi più, anche se ha compiuto 20 anni solo da pochi mesi. È il cuore a essere intaccato e non ci sono molte speranze di guarigione.
Unisce la sue sofferenze a quelle del Crocifisso. Prega continuamente con il Rosario alla Madonna. Vuole tutti i giorni Gesù Eucaristico nella Comunione, con grande fervore. Il 28 aprile 1933, vigilia della sua morte, Guido dice con semplicità di vedere la Madonna che viene a prenderlo, e esclama tutto in festa: “Maria, Madre mia!... Salve Regina... Aspettami... che prendo le ali anch’io... per venire con Te”.
L’indomani, sabato 29 aprile 1933, chiama il Parroco per gli ultimi Sacramenti. Non smette più di pregare, invocando i Nomi santissimi di Gesù e di Maria. Quando scende la sera, verso le 19.30, Guido Acquadro, contempla Dio.
Il 1º maggio 1933, inizio del mese della Madonna, Guido ha il suo primo trionfo sulla terra, nel suo funerale, in cui le lacrime si mescolano alla gioia, perché il Cielo ha un altro piccolo santo e i giovani un altro modello da imitare.
Nella diocesi di Biella, è ancora conosciuto, amato, invocato. Ma merita farlo conoscere più lontano, accanto alla santità del Beato Pier Giorgio Frassati, al quale pure lui si è ispirato, e di altri giovani esemplari, per ammirare e rivivere anche nella nostra vita un’altra meraviglia di Gesù vivo nelle anime.
 
 
Autore: Paolo Risso
Maria BONINO

Maria BONINO

 Chi era Maria Bonino
 
Maria era medico pediatra e la svolta professionale, anzi vocazionale, è avvenuta appena dopo la laurea quando, insieme a un gruppo di scout, trascorse un periodo in alcune missioni del Kenia. Da allora lavorò sempre alternando l’Italia a qualche paese africano (Kenia, Tanzania, Burkina Faso, Uganda, Angola).
 
Dalla sua prima permanenza in Tanzania scriveva: “Sono veramente contenta, al di là di ogni retorica. Qui ho potuto sperimentare il senso e il gusto del mio lavoro. L’idea di tornare in Italia non mi sorride per niente. Quello che io vorrei per me è di restare qui. Mi piace questo tipo di vita e di lavoro e, nonostante le inevitabili difficoltà, sento che qui le mie giornate hanno un senso.”
Maria amava tanto il suo lavoro, ma amava tanto anche le cose della vita: e le amava, e le viveva, con una libertà che le abbiamo sempre invidiato. Quando poteva viaggiava, andava in montagna, andava a sciare, e nel baule che portava giù, c’era sempre spazio per CD e libri di ogni genere.
Chi lavorò al suo fianco racconta di come si prodigava per ore ed ore con un approccio sempre calmo e generoso con tutti, pronta a spendersi con molta determinazione. Di come spiccava nel lavoro e per la sua semplicità di fede nel Signore. Di come abbia passato notti insonni a vegliare bambini non suoi….Sappiamo delle sue ribellioni davanti alla sofferenza dei bambini, ai loro gemiti agonici, al dolore delle loro mamme e dei loro papà. E sappiamo di come davanti a tutta questa sofferenza non abbia mai smesso di combattere, rifiutando però l’idea di essere un eroico “Don Chisciotte”.
Partendo la prima volta per lavorare in Tanzania, Maria ci aveva lasciato un biglietto, la parte anteriore dell’immagine portava la scritta “Temo che il giorno finisca prima che io me ne accorga, e l’ora dell’offerta passi via” …. Maria ha vissuto fino al 24 marzo 2005 il suo ideale, quando l’infezione da virus di Marburg, di cui da un po’ di tempo aveva avvisato inascoltata le autorità sanitarie, l’ha stroncata con centinaia di suoi bambini.
A noi resta con un dolore infinito anche il conforto, altrettanto grande, della fede che Maria ha vissuto in modo discreto e silenzioso e di cui, come nel suo stile, ci ha lasciato testimonianza in poche righe scritte la settimana prima di morire:
“ho la febbre e mi sento tutta rotta. Speriamo che sia malaria. E se no… mi dispiace di morire, mi dispiace per me, per il dolore della mamma, della Cri, del Paolo, dei miei nipoti e dei miei cognati, delle persone che mi vogliono bene e cui voglio bene. Ho ripetuto tante volte in questi anni che ‘la vita è la realizzazione del sogno della giovinezza’, è stato per molta parte così e ne ringrazio il Signore. Non sono certo all’altezza del dr. Matthew1, ma se la mia morte fosse l’ultima non mi dispiacerebbe poi tanto di morire.”
 
(fonte www.fondazionemariabonino.it)
 
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